Etiopia – i Dorze

dorze-03Raggiungiamo i villaggi Dorze a Chencha, località sulle alture dei monti Guge a circa 3.200 metri di altezza, nei dintorni di Arba Minch.

I boschi di conifere sono fitti e la nebbia avvolge l’intero paesaggio. Lungo la strada sterrata di montagna incontriamo moltissime donne che portano enormi ceste sulle spalle cariche di legna, foraggio per gli animali, frutta, acqua e qualsiasi altro bene necessario alla sopravvivenza, arrancando con le loro calzature di fortuna sporche di fango su queste salite impervie, piegate sotto il peso della loro fatica.

Il popolo dei Dorze è il più settentrionale delle etnie omotiche.

Negli anni sono riusciti a modellare i fianchi ripidi della montagna creando grandi terrazzamenti. Le loro capanne sono veramente uniche: possono arrivare a superare i 10 metri di altezza con i loro tetti di forma conica che presentano una protuberanza sulla porta d’ingresso, simile ad un grande naso. Sono prive di finestre e la loro struttura portante è realizzata in bambù, mentre la copertura è in foglie intrecciate di “ensente”, il cosiddetto falso banano.

Gli uomini sono bravi agricoltori ed eccellenti tessitori: i loro prodotti sono tra i più apprezzati dell’intera Etiopia. Tessono utilizzando il telaio mediante le dita dei piedi, che muovono dall’alto verso il basso, in modo preciso e veloce (la medesima tecnica utilizzata dall’etnia che abita la regione dei Monti Mandara, nel nord del Camerun, per tessere il cotone).

Le donne invece filano solamente il cotone e si occupano anch’esse dei lavori nei campi.

Ogni abitazione è delimitata da una recinzione in bambù intrecciata con le foglie del falso banano in cui vi è un giardino, molto curato, con fiori, piante ornamentali e i rigogliosi alberi di ensente. All’interno delle capanne i letti sono rialzati, rispetto al terreno, di circa un metro e mezzo, in modo da sfruttare al massimo lo spazio sottostante. Di lato c’è il granaio, la cucina, la stalla con gli animali (riscaldano con la loro presenza l’ambiente, sostituendo i nostri “termosifoni”).

Osservo una ragazza che sta lavorando la foglia del falso banano, sfibrandola mediante lo sfregamento su una tavola di legno con al centro un inserto rigido in bambù. Una volta raccolta la polpa su una foglia, la pone all’interno di una buca praticata nel terreno e la ricopre con altre foglie dello stesso banano. La fermentazione avverrà nel corso di trenta giorni. Terminata questa fase, l’impasto viene tagliato a fettine per sbriciolarlo completamente ed impastarlo di nuovo a mano aggiungendo acqua. Viene infine spianato e posto sulle foglie di ensente che vengono messe sulla piastra a diretto contatto con il fuoco. Basta girarlo per farlo cuocere da entrambi i lati ed il pane vegetale “kotcho” è pronto. Lo mangiano abbinandolo ad una salsa piccantissima di nome “datta” od al miele. Ce lo fanno assaggiare e devo confermare che è buonissimo. Ci offrono anche un bicchierino di “arekè”, una bevanda alcolica simile alla grappa, estratta dal sorgo o dal grano (molto gradevole).

Per i Dorze gli strumenti musicali, le danze e la stessa musica costituiscono elementi fondamentali di socializzazione quotidiana. Molto spesso suonano il “crar”, la chitarrina in legno caratteristica di questa etnia, insieme ai tamburi ed improvvisano danze e canti tradizionali. Indossano pelli di leopardo (un tempo diffusissimo in questi territori), pennacchi di crine di cavallo posti sulla testa, lance, scudi di pelle d’ippopotamo e mimano, a tempo di musica, scene di battaglia e di caccia. Coinvolgono anche noi che, divertiti, ci uniamo ai loro balli sereni e gioiosi (noi goffi e scomposti…).

Salutiamo questa gente così gentile ed ospitale un pochino a malincuore.

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