“senzaSesenzaMa”

Ove si cerchi una definizione, ovviamente soggetta ad un’attento livello di comprensione da parte di uno spettatore, di una galleria di immagini che ci mostrino la combinazione di sguardi tra il soggetto e chi lo sta guardando, in questo caso di chi lo fotografa, e dove il sovrapporre di oggetti di uso quotidiano o di feticistica memoria sembri confondere o imprigionare quell’attimo incantato dove chi “sa” e chi pensa di capire, colga il suo equilibrio di convivenza, può, cercando una chiave di lettura in questo nuovo lavoro del fotografo Fabrizio Loiacono, trovare, se non un responso definitivo, quanto meno una ricerca attenta e di sottile approfondimento. Continua a leggere

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L’Arte della Fotografia.

La visione umana, pur essendosi ampliata con il progredire dell’evoluzione, risulta ancora limitata, a volte circoscritta, ad una visione del mondo che abbia un senso logico dettato dalle regole della nostra mente, influenzata molto spesso dai media, dalle mode effimere, dai condizionamenti culturali.
Jean Baudrillard, sociologo e filosofo francese, affermò che “la nostra cultura postmoderna dipende ormai da canoni e da modelli talmente radicati da averci fatto smarrire ogni contatto con il mondo reale; non vi è più alcuna distinzione tra la realtà e la sua rappresentazione, esiste solo il simulacro, una simulazione di simulazioni.” Continua a leggere

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Animali – Sud Africa

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Etnia Zulu – Sud Africa 2012

Lo Zululand, ovvero la terra del “Popolo del cielo” crea un mondo all’interno di un altro mondo, un Regno dentro una Repubblica, un frammento di Africa selvaggia incastonato in un Paese apparentemente nordeuropeo.
Quando ci si inoltra tra le coltivazioni di canna da zucchero, si sale sulle colline costellate di acacie ad ombrello e spruzzate con il giallo delle arance abbandonate perché in sovrapproduzione, ad un certo punto ci si imbatterà nei villaggi rurali di forma circolare circondati da alte staccionate di rami e tronchi conficcati nel terreno: composti da diverse capanne ad alveare, tipo igloo, denominate “Indlu”, particolarmente resistenti perché costruite con rami flessibili e fasci d’erba strettamente legati fra loro, ricoperti con stuoie di fibre vegetali e paglia. Il pavimento è realizzato con terreno frantumato, argilla e letame pressato. All’interno della capanna la parte destra è riservata agli uomini e la sinistra alle donne, mentre uno spazio posteriore è dedicato al culto degli antenati. Nel villaggio tradizionale Zulu, denominato “Umuzi”, ogni “Indlu” (capanna) ha una disposizione ben definita, come nel “Kraal”, l’accampamento nomade in cui le capanne a cupola sono smontabili e trasportabili. Quest’ultimo tipo di insediamento presenta una difesa circolare con un unico ingresso, per contrastare l’eventuale attacco di nemici, con un anello di abitazioni ed un recinto circolare per il bestiame nel centro.
Sono nella patria dei leggendari Zulu (o “Amazulu “, popolo del cielo), nome che evoca la magia ed i misteri dell’Africa ma che, all’interno di qualche vocabolario, viene definito ancora come sinonimo di “persona di grossolana ignoranza e maleducazione”…pregiudizi duri a morire. Il KwaZulu-Natal, un territorio vasto incastonato in una provincia della Repubblica Sud Africana, è una terra calda e umida dove splende il sole tutto l’anno, ricca di bellezze naturali e di tracce evidenti di un passato glorioso tra lotte tribali e resistenza indomita al colonialismo bianco. In essa vivono guerrieri orgogliosi e risoluti, ospitali e conservatori, superstiziosi e sottomessi ai capi dove, purtroppo, la piaga dell’Aids sembra colpire sino al 60% della popolazione.
I Zulu, appartenenti alla stirpe Nguni e che rappresentano il gruppo tribale più numeroso del Sud Africa, praticano la poligamia (anche se in misura sempre minore attualmente) e seguono una religione animistica che basa le sue credenze sul concetto di sopravvivenza dello spirito dopo la morte e sul culto degli antenati. Gli spiriti familiari si crede che possano intervenire nella vita di ognuno, cancellando le malattie ed i dolori, oppure infliggendo punizioni: a loro ci si rivolge con l’ausilio degli indovini e del “Sangoma”, una figura mistica (in genere una donna) legata alla medicina tradizionale ed alla superstizione popolare. Profonda conoscitrice dell’animo umano e molto rispettata dall’intera comunità, il “Sangoma” legge il passato, il presente ed il futuro; comunica con gli spiriti utilizzando radici, erbe, cortecce, pelli di serpente.
La comunità rurale degli Zulu risiede nei villaggi, spesso senza acqua corrente ed elettricità, in case di mattoni con il tetto in lamiera, abitazioni certamente più moderne rispetto alle capanne ma che, spesso, spingono questi clan a disperdere le loro antiche usanze e cerimonie.
Si definiscono anche come “abakwaZulu”, cioè il “Popolo del Paradiso”, anche se questa definizione risulta leggermente stridente rispetto al loro passato di fieri ed indomiti guerrieri, capaci di sconfiggere le tribù confinanti e lo stesso potente esercito inglese.
Il fondatore della nazione Zulu, il leggendario Re Chaka, chiamato anche il Napoleone nero, riuscì a creare un impero che sottomise un territorio enorme e che diede notevole filo da torcere ai Boeri ed alle truppe inglesi. Egli fu un sovrano amato e rispettato, un grande stratega e guerriero, inventore di una organizzazione militare efficientissima. I suoi “impi” (reggimenti) dietro sue precise istruzioni, adottarono un nuovo tipo di lancia (che prese il nome di “assegai”) a manico corto che obbligava allo scontro corpo a corpo tra i duellanti. Inoltre ideò una nuova tattica militare denominata “a corna di toro”: prevedeva che la parte centrale dello schieramento, effettuando avanzate e finte ritirate, attirava il nemico tra le “corna del toro”, appunto, corna costituite dalle ali laterali dell’esercito Zulu che riusciva a circondare le forze ostili ed annientarle.

Gli uomini indossavano i costumi di guerra composti da un gonnellino di pelle e code di vacca, imbracciando i lunghi scudi ovali, l’assegai (la lancia dal manico corto) ed il knobkierie (la mazza in legno da combattimento in grado di fracassare il cranio di un nemico), ottenuta selezionando attentamente il ramo di un albero particolare (l’ironwood o il leadwood) che presenti un grosso nodo estremamente compatto: verrà sagomato e lucidato meticolosamente in modo da costituire la parte superiore della mazza durissima e resistente.
L’abbigliamento maschile tradizionale solitamente consiste in un grembiule composto da due pezzi che viene utilizzato per coprire i genitali ed i glutei. La parte frontale viene denominata “umutsha” o “isinene” ed è realizzata in pelle di springbok, mentre la parte posteriore prende il nome di “ibheshu” ed è costituita da un’unica fascia di pelle di springbok o di un animale domestico. La lunghezza dell’ibheshu è un indicatore dell’età e dello stato sociale di colui che la indossa. Gli uomini sposati di solito applicano una fascia per la testa (“umqhele”) in pelle di springbok. Gli uomini appartenenti ad alti ranghi sociali (come capi o leader) indossano una fascia per capelli realizzata con la pelle di leopardo. Durante le cerimonie ed i riti tradizionali, così come durante le celebrazioni dei matrimoni o durante i balli tipici, gli Zulu indossano braccialetti fatti di code di vacca, chiamati “imishokobezi”. I peli della coda di una mucca, chiamata “amashoba”, sono posti sulla parte superiore delle braccia e sotto le ginocchia, per esaltare la muscolatura e creare un aspetto di maggiore massa. Hanno l’abitudine di colorarsi il viso con dell’argilla rossa mista a misteriosi ingredienti naturali per proteggersi dal sole.
Gli abiti, ricchi di significati e simboli, si differenziano in base alle diverse fasi della vita dell’individuo, al rango a cui appartiene, allo status sociale ed al sesso.
Una giovane donna Zulu nubile porta i capelli rigorosamente corti ed indossa un abbigliamento libero ed essenziale: la parte superiore del corpo è lasciata scoperta con il seno nudo mentre dal bacino in giù è coperta da una corta gonna impreziosita da perline multicolori. Nel caso di una donna sposata l’abbigliamento cambia notevolmente, passando ad un look attentamente castigato dove non vi è spazio per alcuna nudità, proprio per distinguersi dalle donne nubili.

Le donne sposate possono farsi crescere i capelli e si vestono con una lunga gonna di pelle di vacca, trattata e ammorbidita con grassi e carboni di origine animale, abbinata ad un gilet di cotone con, al di sotto, il reggiseno. L’ornamento maggiormente distintivo è un cappello circolare chiamato “Izicolo”, tradizionalmente realizzato con erba e cotone che può misurare sino ad un metro di altezza e che viene utilizzato anche per ripararsi dal sole. Le “ibaye”, drappi dai colori sgargianti, coprono le loro spalle e graziosi collari, braccialetti, cinture ed ornamenti di squisita fattura, rutilanti di perline multicolori, risaltano sui corpi scuri come l’ebano. Le perline di vetro furono introdotte dai mercanti arabi che raggiungevano le coste del Natal sulle loro jerbe già diversi secoli fa: le perline venivano barattate con schiavi, avorio e merci varie. Ancora oggi rappresentano un elemento fondamentale alla base della cultura di questo Popolo. Esse non sono semplicemente un banale ornamento con accostamenti casuali di colore: le perline nell’arte Zulu hanno un loro linguaggio semplice ma profondo che si estende non solo alle collane ed ai monili, ma a tutti gli oggetti di uso comune. In questo linguaggio tradizionale composto da forme e colori (molto spesso rappresenta la naturale relazione tra uomo e donna) vi è una figura geometrica basilare, il triangolo e sette colori: i tre vertici del triangolo rappresentano il padre, la madre ed i figli. Un triangolo con il vertice verso il basso rappresenta una donna nubile, mentre con il vertice rivolto verso l’alto rappresenta un uomo celibe. Due triangoli uniti per le basi simboleggiano una donna sposata, se invece i due triangoli sono uniti sui vertici, rappresentano un uomo sposato. La combinazione di diversi colori delle perline dà origine ad un linguaggio più complesso. Il colore nero simboleggia il matrimonio, la procreazione ma, può anche significare morte, dolore e disperazione. Il colore blu indica fedeltà o può rappresentare una richiesta, può anche simboleggiare ostilità o malessere. Il giallo interpreta il desiderio di avere una buona salute, un giardino fiorito, l’industriosità e la fertilità, ma può significare anche sete o cattiveria. Il verde indica soddisfazione, oppure malattia e discordia. Il rosa è il colore della promessa, ma anche della povertà e della pigrizia. Il rosso rappresenta l’amore fisico, sessuale, esprime forti emozioni, positive o negative, come rabbia ed impazienza, può essere il colore delle malattie di cuore. Il bianco è l’unico colore a non avere mai connotazioni negative ed è il simbolo dell’amore spirituale, della purezza e della verginità.

La società Zulu è patriarcale, con regole rigide che disciplinano i doveri dei membri, prescrivono le buone maniere e stabiliscono il comportamento dei subordinati nei confronti dei superiori, delle donne nei confronti degli uomini e dei giovani nei confronti degli anziani.
Cantare e ballare sono attività che fanno parte integrante dello stile di vita Zulu: la danza, molto energica, viene eseguita tradizionalmente solo da uomini e donne non sposati. In particolare gli uomini inseriscono anche movimenti tipici del combattimento e della caccia, mimando battaglie e inseguimenti di prede.
La danza tradizionale “Ukusina” è accompagnata da vibranti canti e dal suono ritmato dei tamburi: celebra il rito di passaggio delle giovani donne dall’adolescenza all’età adulta (che in genere coincide con il compimento dei 21 anni). La cerimonia prevede la macellazione di una mucca e la festosa danza che coinvolge tutti gli ospiti presenti (i quali, al termine della danza, donano denaro e benedizioni alle giovani). E’ previsto che le ragazze rimangano nei 7 giorni antecedenti nel “Rondovel” (una grande capanna rotonda o ovale dal tetto in paglia destinata ad accogliere i giovani per un breve periodo di “ritiro” con i loro amici, in modo da esercitarsi nel praticare i canti in previsione della cerimonia): al 7° giorno le ragazze, svegliandosi all’alba, si recano al fiume più vicino per fare il bagno. Quando rientrano, le madri praticano i test di verginità per confermare a tutti il loro stato di illibatezza e si dà così il via ai festeggiamenti. Da quel momento le giovani donne sono pronte per essere sposate.
La danza “Ngoma” si svolge in cerchio con l’accompagnamento dei tamburi: è una danza rituale ricca di significati per la comunità, esiste un legame strettissimo tra canto e danza, corpo e voce sono un tutt’uno e si fondono perfettamente con le percussioni, con i costumi tradizionali, con le lance e gli scudi.
La danza guerriera “Indlamu” è invece diversa da qualsiasi altra danza tradizionale in quanto non è accompagnata dai canti. I ballerini indossano i tipici costumi dei guerrieri Zulu ed utilizzano la lancia dal manico corto denominata “Assegai”, gli scudi ovali in pelle grandi (“Isihlangu”) e piccoli (“Ababhumbuluzo”), la mazza da combattimento (“Knobkierie”), oltre alla fascia copricapo (“Umqhele”) ricavata dalla pelle dell’Impala e realizzata
cucendo un cilindro di pelle imbottito con lo sterco di vacca ed infine le piume (“Upaphe”) poste a decorazione del copricapo. Questa danza è stata tramandata sino ai nostri giorni ed è la medesima che veniva eseguita al tempo del Re Shaka che fu il fondatore, nel 1816, della nazione Zulu. Nella loro cultura era ed è usata come evento aggregante, volta a mantenere ben saldo lo spirito di gruppo. Durante il suo svolgimento i guerrieri Zulu mostrano la loro forza muscolare e la padronanza delle armi e dei loro movimenti: da sempre si crede che questa danza accresca la resistenza e la potenza dei guerrieri che la praticano.

L’Africa è un Continente che amo.
L’Africa è Cultura, è un Mondo che si nasconde dietro l’evidenza.
In Africa nulla, ma proprio nulla, è mai come appare ai nostri occhi da occidentali. Vi è sempre una spiegazione dietro ogni cosa: un avvenimento, una festa, un ballo, un sorriso, un diniego. Già, anche se ci può sembrare assurdo ed incomprensibile, esiste una storia dietro ad ogni uomo ed una tradizione dietro ad ogni popolo.
Credo che, sino a quando non riusciremo ad abbandonare le nostre convinzioni, i nostri preconcetti, i nostri privilegi, per impedire che essi offuschino il nostro approccio e la nostra conoscenza nei confronti di questi popoli e delle loro culture, sino a quando non ci sforzeremo di andare oltre una comprensione approssimativa e superficiale (stile “mordiefuggi”), per noi volgere lo sguardo all’Africa ed alla sua Gente sarà sempre come alzare gli occhi incrociando il sole: lo guarderemo, certamente, senza mai riuscire a vederlo davvero, diventando con il tempo incapaci di vedere qualsiasi altra cosa.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Xhosa – Sud Africa 2012

Gli anni bui del colonialismo e l’era nefasta dell’apartheid hanno cancellato gran parte delle tradizioni, delle celebrazioni, dei riti e delle culture tribali che fiorivano nello sconfinato territorio del Sud Africa ma, nonostante questo epilogo doloroso e nonostante l’avvento delle religioni occidentali e mediorientali, alcuni popoli hanno mantenuto in vita almeno una parte delle loro antiche tradizioni.
Uno di questi è il Popolo Xhosa, il secondo maggiore gruppo etnico dopo gli Zulu.
Gli Xhosa appartengono al ceppo etnico dei Bantu, originario dell’Africa centrale: da questi territori, nella notte dei tempi, sono emigrati verso sud, alla ricerca di terre fertili e pascoli rigogliosi. Il Popolo Xhosa, chiamato il “Popolo rosso” per l’abbigliamento prevalentemente usato in questa tonalità di colore, annovera tra i suoi più illustri personaggi Nelson Mandela.
Gli abiti indossati da questa etnia rispettano un codice abbastanza complesso: il rosso e l’arancione sono i colori prevalenti che possono cambiare in base alla posizione sociale di ogni individuo ed in base alla fase della sua vita. L’abbigliamento viene arricchito e decorato da preziose lavorazioni realizzate con perline colorate, perle di vetro, semi e gusci, oltre ad altri materiali che rendono questi capi dei veri e propri capolavori. Il tutto ulteriormente impreziosito da lunghe ed elaborate collane di perline e bracciali multicolori. Le donne sposate indossano un copricapo simile ad un turbante intrecciato colorato, anche questo ha stili differenti in base a chi lo indossa ed al suo status: ad esempio il copricapo di una ragazza appena sposata sarà differente da quello di un’altra che avesse dato alla luce il primo figlio.
Tra gli accessori più caratteristici realizzati da questo Popolo, vi è la pipa tradizionale che uomini e donne fumano quotidianamente, viene realizzata in legno e decorata con perline colorate, e ne esistono due varianti: una impiegata dalle donne, notevolmente più lunga rispetto a quella utilizzata dagli uomini, per una ragione pratica molto semplice visto che portando i bambini piccoli sulla schiena il fumo andrebbe direttamente sul loro volto, mentre la pipa più lunga evita questo poco salutare inconveniente deviando il fumo.
La religione tradizionale degli Xhosa è animista: credono nella presenza degli spiriti benevoli e malevoli ed in un Dio creatore, mentre il ruolo degli antenati, come elementi di connessione con il mondo spirituale, è ritenuto molto importante tanto è vero che vengono celebrati e rispettati da tutti.
L’arrivo dei missionari europei e delle dottrine legate al cristianesimo, hanno in parte modificato questa loro visione religiosa: attualmente la maggioranza di questa etnia pratica il sincretismo, ossia una fusione di pratiche cristiane e credenze tribali. Essi credono nell’importanza spirituale dei sogni, della magia e della stregoneria benevola e malevola. Sono presenti nella loro società figure come le streghe ed i stregoni che hanno il potere della divinazione, i guaritori spirituali che liberano i posseduti dagli spiriti malevoli, gli erboristi che praticano la medicina tradizionale basandosi sulla conoscenza approfondita delle proprietà delle differenti erbe officinali.
Le case degli Xhosa erano capanne di fango di forma circolare con una struttura interna portante formata da pali di legno e tetto in paglia e nel proprio terreno ogni famiglia poteva possedere una o più di queste strutture da destinare ad usi diversi: abitazioni per gli anziani o per i figli sposati o ancora adibite a cucine. Purtroppo, almeno ai fini etnoantropoligici, queste case tradizionali sono state sostituite da moderni sistemi abitativi realizzati dal Governo centrale per il cosiddetto “sviluppo” dei villaggi, anche i più remoti.
Il canto e le danze sono state tramandate, fortunatamente, sino ai nostri giorni: la danza è un mezzo per comunicare tra diverse generazioni, in tal modo il mondo dei vivi entra in contatto con gli antenati dato che, attraverso la danza, si tessono le loro lodi e si crede che gli spiriti dei defunti siano sempre vicino ai loro cari, pronti a fornire i preziosi consigli.
In passato la futura sposa veniva rapita (con modalità simili a quelle praticate nel nostro Meridione) dal suo aspirante sposo e dopo aver consumato sessualmente l’unione tra i due veniva definita la quota che quest’ultimo avrebbe dovuto riconoscere alla famiglia della consorte. Ora questa pratica è stata abbandonata ed il fidanzato si limita ad incontrare la famiglia della ragazza per chiederla in sposa e contrattare il prezzo da pagare.

In seguito verrà celebrato il matrimonio con una festa che avrà la durata di tre giorni, durante i quali verrà offerta in sacrificio agli antenati una capra e si concluderà con l’ingresso della sposa nella casa del marito. Una volta che la giovane donna sarà ufficialmente coniugata, si tingerà il viso con argilla bianca e indosserà il turbante tradizionale che contraddistinguerà il suo nuovo status sociale.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Venda – Sud Africa 2012

Nel Sud Africa orientale, precisamente nella provincia del Limpopo dove la natura si esprime al massimo del suo splendore, vive uno dei Popoli che ha saputo mantenere quasi integre le tradizioni, i miti e leggende legate alla loro ancestrale cultura.
Il Popolo Venda, o VhaVenda, proviene dalla regione dei grandi laghi dell’Africa centrale dalla quale sono emigrati, alla ricerca di territori più fertili e di pascoli rigogliosi per il loro bestiame: durante questa lunga migrazione si sono uniti con altre popolazioni e questo ha comportato un interessantissimo mix di culture che si sono fuse negli anni. In tal senso la loro cultura sembra aver incorporato diversi aspetti tipici dei Popoli dell’Africa centrale ed orientale, degli Nguni e dei Sotho: a titolo esemplificativo, I Venda proibiscono il consumo del maiale (un divieto diffuso lungo la costa dell’Africa orientale), praticano la circoncisione maschile (comune ai Sotho ed ai Masai, come ai Popoli nilotici) che non viene praticata dalla maggior parte dei Popoli Nguni.
Il territorio abitato dai Venda è composto, in gran parte, da ampie vallate, montagne e verdi colline, dove sono ancora custoditi leggende e miti tramandati oralmente da padre in figlio.
La caratteristica più saliente ed affascinante di questo Popolo è legata fortemente al loro complesso sistema di credenze mistiche e connesse al mondo spirituale che influenza la loro vita quotidiana ed il loro stile artistico. Numerosissimi laboratori artigianali per la lavorazione della ceramica, dei tessuti e del legno sono disseminati lungo tutto il territorio abitato dai Venda.
I giovani donano alle loro future mogli raffinati braccialetti realizzati da esperti artigiani utilizzando il crine dei cavalli o degli asini che avvolgono con un delicato filo d’argento e che simboleggiano una sorta di anello di fidanzamento.

Il modo spirituale è legato in modo indissolubile alla natura rigogliosa presente nel loro territorio: le foreste sono il luogo di elezione degli spiriti ancestrali e molti siti sacri si trovano proprio nelle foreste e nei laghi della regione. La foresta di Thathe Vondo è considerata sacra dai Venda: i miti e le leggende narrano che qui siano presenti i sacri leoni bianchi, i potenti uccelli infuocati “che volano sulle ali del tuono”, e diversi uomini dal cuore infranto che, dopo essersi avventurati nella foresta, sono stati trasformati in pitoni. Essi temono così tanto gli spiriti che albergano nella foresta che raramente vi si addentrano: per rispetto degli spiriti sono anche vietate le escursioni dei turisti. La foresta circonda uno dei luoghi ritenuti più sacri: il lago Fundudzi, che si narra sia la casa di un gigantesco pitone, il Dio della fertilità. Il lago è infestato dai coccodrilli e, tra questi, credono che si trovi anche il coccodrillo bianco, custode e protettore degli spiriti dell’acqua. Ancor oggi per i Venda esiste il divieto assoluto di cacciare e mangiare la carne dei coccodrilli, sia per il rispetto dovuto al coccodrillo-custode bianco, sia per la credenza diffusa che il cervello del rettile sia velenoso.
Il patrimonio culturale e sociale dei Venda è rimasto quasi intatto grazie ad una serie di eventi e circostanze che ne hanno preservato l’autenticità: sono stati l’ultimo Popolo a cedere alla dominazione dei coloni bianchi, perché hanno saputo resistere a lungo agli attacchi degli Zulu prima e dei Boeri dopo, arroccati sulle montagne si sono difesi con abilità e vigore; inoltre, la creazione della Repubblica di Venda (tra il 1979 ed il 1994), ha preservato questo Popolo dalla negatività dell’era dell’apartheid.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Pedi – Sud Africa 2012

Il Popolo Pedi è stanziato in gran parte del territorio del Limpopo tra il fiume Olifants e la catena dei monti Drakensberg, nel Sud Africa Orientale.
La storia di questa etnia vanta numerose vittorie nelle guerre contro i Boeri e gli eserciti britannici: il regno Pedi, uno dei più forti e grandi dell’Africa meridionale, si basava su una monarchia solida ed influente che stendeva i propri confini dal fiume Vaal, a sud, sino al fiume Limpopo, a nord. Essi vennero sconfitti e sottomessi all’impero britannico solamente nel 1879, dopo una sanguinosa ed interminabile battaglia. A tal proposito si tramanda una leggenda legata a questa sconfitta: durante le battaglie i Pedi non facevano prigionieri, ma uccidevano sempre i propri nemici, ad eccezione delle donne e dei bambini che venivano catturati come bottino di guerra. In battaglia, pertanto, non attaccavano mai le donne. Il generale inglese a capo delle truppe britanniche, approfittando di questo loro codice d’onore in combattimento, pose nelle prime file dell’esercito britannico schierato un battaglione scozzese con i soldati che, tradizionalmente, indossavano il kilt: ciò ingannò i Pedi che non attaccarono ma vennero attaccati alle spalle e, successivamente anche frontalmente dagli scozzesi. Non fecero in tempo ad accorgersi dell’inganno e persero la battaglia e la guerra.
L’aspetto curioso, anche se allora la sconfitta fu pesante e segnò il destino di questo Popolo, è che alcuni uomini di questa etnia indossano ancora oggi il kilt scozzese, anche se non è molto chiara la motivazione, forse si crede che, dopo la fine della guerra con gli inglesi, essi ricevettero in dono proprio questo accessorio a conferma della riconciliazione tra le due popolazioni.
Nel periodo storico antecedente alla conquista da parte degli inglesi, i Pedi abitavano in villaggi molto grandi che si sviluppavano attorno ad un’area centrale multifunzione: luogo d’incontro, stalla per il bestiame, cimitero e santuario ancestrale. Le capanne erano circolari con il tetto in paglia, circondate da un muro di fango e pietre ed ogni donna sposata possedeva la propria capanna che veniva collegata alle altre con una serie di recinti.
La loro economia era basata sull’agricoltura e sull’allevamento ed i compiti erano suddivisi tra uomini e donne: quest’ultime si occupavano dell’agricoltura e della manutenzione delle capanne e del villaggio in generale, oltre a realizzare artigianalmente stuoie e cesti per conservare alimenti, mentre gli uomini si dedicavano alla caccia, alla cura del bestiame, alla lavorazione del legno, alla conciatura delle pelli ed all’attività di fabbro.
I Pedi, o Bapedi, credevano (e credono ancora oggi) in un Dio creatore del cielo e della terra al quale rivolgono le loro preghiere per la pioggia. Il culto degli antenati costituisce un passaggio fondamentale e di enorme importanza dato che essi ritengono che i progenitori costituissero il punto di raccordo, diciamo pure di contatto, con il Dio creatore ed a tal fine praticano sacrifici (dall’offerta di birra a sacrifici di animali) per soddisfare e glorificare gli spiriti dei loro avi. Questo culto ancestrale tramandato sino ai nostri giorni prevede la presenza di una figura che fa da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, potremmo definirlo come un “divinatore”: anticamente questo prestigioso incarico veniva ereditato da padre in figlio mentre oggi, viene prevalentemente trasmesso tra donne.
Il periodo nefasto coincidente con il regime di Apartheid, oltre alla crescente evoluzione della società e dell’economia che hanno seguito gli stereotipi occidentali, hanno cambiato drasticamente le tradizioni e la cultura di questo Popolo (come di quasi tutte le realtà etniche del Sud Africa), che ora ha abbandonato le capanne per vivere in costruzioni in mattoni con il tetto in lamiera (considerate più moderne ed efficienti), che non pratica quasi più i riti e le cerimonie tradizionali (sostituiti da programmi televisivi deteriori), che ha sostituito progressivamente il loro abbigliamento tipico con vestiti ispirati allo stile occidentale.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Ndebele – Sud Africa 2012

Gli Ndebele sono un gruppo etnico africano noto per l’elevato talento artistico che esprimono soprattutto nei dipinti murali e nelle decorazioni geometriche coloratissime. Nel corso del tempo essi hanno perfezionato una forma d’arte tribale che è divenuta la caratteristica di spicco di questo Popolo: si narra che iniziarono a dipingere le pareti delle loro capanne con complessi motivi geometrici al fine di poter comunicare in modo segreto, senza essere compresi dagli invasori Boeri, eterni nemici nelle numerose guerre volte a conquistare i territori migliori. Potrebbe considerarsi una sorta di “codice” che permetteva loro di trasmettere informazioni che non potevano essere comprese dai nemici che le tolleravano, considerandole una semplice forma di decoro architettonico. Un’altra versione attribuisce a questi simboli e schemi astratti, riprodotti sulle pareti delle capanne, l’anelito ad esprimere attraverso di essi il dolore provocato dalla guerra e dalle limitazioni imposte dai vincitori. Tali pitture murali sono divenute pertanto il segnale più elevato ed incisivo della resistenza culturale nei confronti degli invasori Boeri. Inizialmente venivano realizzate utilizzando pigmenti naturali (nei colori nero, grigio e marrone: corrispondenti ai colori della nostra Madre Terra) che limitavano la gamma dei colori a disposizione, oltre a creare problemi durante la stagione delle piogge, dato che l’acqua cancellava i pigmenti naturali costringendo a ridipingere le case ad ogni stagione. Con lo sviluppo delle moderne tecniche di costruzione e l’introduzione di vernici acriliche (più resistenti agli agenti atmosferici e con una gamma di colori molto più estesa), questa particolarissima forma d’Arte ebbe uno sviluppo enorme e venne riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.
Già dai tempi dell’invasione Boera erano esclusivamente le donne a realizzare questi dipinti murali, aspetto che si è confermato sino ai nostri giorni (tradizionalmente sono le donne che si occupano della cura e della manutenzione della propria casa): riprendevano i motivi delle decorazioni in perline che ancora oggi vengono utilizzate sui loro splendidi indumenti tradizionali e che comunicavano le emozioni, i valori e le cerimonie della famiglia (ad esempio un matrimonio).
I simboli riprodotti avevano numerosi significati ma non hanno mai rappresentato rituali ancestrali o religiosi. Le madri tramandano questa forma d’Arte alle figlie e la bellezza delle opere realizzate è considerata di buon auspicio e riprova della bontà di una donna e di una moglie: è un modo di esternare il proprio talento.
I motivi geometrici e i vari disegni vengono riprodotti sulle pareti interne ed esterne dell’abitazione partendo con la definizione del contorno, dipinto di nero: successivamente si riempie con i vari colori a secondo dell’estro dell’artista, mentre il colore bianco viene posto come base di fondo sulla quale dipingere.
Gli Ndebele hanno un forte senso di identità sociale ed attribuiscono enorme importanza ai legami di parentela.
La loro fede religiosa si fonda sul culto di un unico Dio creatore ma, soprattutto, su quello degli antenati (“Amadlozi”) che hanno la funzione di sorvegliare e proteggere i loro familiari e vanno placati con sacrifici di animali.
Ciò che li rende unici, nel frastagliato universo delle etnie Sud Africane rispetto agli altri Popoli, sono gli spettacolari abiti tradizionali femminili che riflettono l’età e lo status sociale di colei che li indossa. L’abbigliamento delle donne Ndebele è composto da diversi accessori molto originali: cingono la fronte con una fascia di perline, indossano sul collo gli anelli tribali in rame (“Idzilla”, il primo anello viene donato dal marito al momento del matrimonio, gli anelli successivi vengono aggiunti come pegno d’amore e di fedeltà da parte del compagno e intendono simboleggiare la stima che egli nutre nei confronti della sua donna; più anelli possiede una donna, maggiore è la sua posizione sociale all’interno della tribù. Gli anelli non sono sigillati ma non vengono rimossi neppure quando la donna dorme. Possono essere eliminati solamente quando il consorte muore, pena la maledizione degli antenati. Essi non provocano danni permanenti o deformità nel corpo della donna che li indossa. Creano l’illusione di un collo più lungo e aggraziato, considerato molto attraente per gli uomini Ndebele), il “isiphephetu” un grembiule di perline donato dalla madre; gli “isigolwani” spessi cerchi di perline portati al collo, braccia, gambe e vita; un grembiule di pelle indurita che è riccamente decorata con disegni geometrici; una coperta a strisce multicolori molto vivaci.
Esther Mahlangu è un’artista Sud Africana appartenente all’Etnia Ndebele tra le più conosciute ed apprezzate: ha iniziato a dipingere all’età di dieci anni, basandosi sugli insegnamenti impartiti dalla madre e dalla nonna, ed ha continuato a perfezionare le sue tecniche negli anni successivi divenendo un riferimento di tutto rispetto nell’ambito artistico dell’intero Continente Africano. Ha seguito la tradizione ancestrale che consente alle sole donne di tramandare in famiglia, esclusivamente alle componenti femminili, l’apprendimento, la trasmissione e la comunicazione di questa peculiare tecnica pittorica. Tali dipinti sono strettamente correlati all’antica tradizione di decorare le case in occasione del rito di iniziazione dei figli maschi: tra i 18 ed i 20 anni i giovani della tribù si recavano presso la cosiddetta “Scuola della circoncisione”, dove subivano il particolare rituale che sanciva il loro passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Per festeggiare questo avvenimento, le donne ridipingevano completamente sia l’interno che l’esterno delle case con una preparazione a base di sterco di vacca e gesso sulla base di un repertorio molto vasto di figure tradizionali e di fantasia. Tali disegni erano caratterizzati dalla presenza di forme geometriche ripetute, limitate da un sottile bordo nero in deciso contrasto con lo sfondo bianco, tracciato in modo molto netto. I colori impiegati erano piatti e risaltavano in modo molto appariscente rispetto al bordo ed allo sfondo. Le simmetrie di linee, figure stilizzate e colori accesi risultano assolutamente predominanti.

Fabrizio Loiacono Photographer

 

 

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Etnia Basotho Sud Africa 2012

I Basotho sono una popolazione di ceppo Bantu originari dello Stato del Lesotho che, a causa delle migrazioni lavorative, si sono trasferiti in gran numero nel Sud Africa. La vita familiare di coppia per molti Basotho migranti è stata interrotta per generazioni in quanto costretti, dalle compagnie minerarie che li impiegano, a vivere in unità abitative esclusivamente maschili.
Vi sono tre elementi tipici del loro abbigliamento tradizionale che li distinguono immediatamente dalle altre etnie: gli stivali di gomma, indossati da quasi tutti gli uomini, retaggio della dura vita nelle miniere e nei campi dove conducono al pascolo gli animali, vengono utilizzati anche durante le danze tradizionali perché fanno rumore ed il rumore, ritmato, accompagna le danze come se fosse una sorta di nuovo strumento musicale.
Il secondo elemento caratteristico è il cappello conico di paglia intrecciata denominato “Mokorotlo”, simbolo del Popolo Basotho (lo si ritrova raffigurato sulla bandiera dello Stato del Lesotho e sembra che sia stato ispirato dalla particolare forma del monte Qiloane).
Il terzo accessorio è la tradizionale coperta Basotho, che risale ad oltre un secolo fa quando il re Moshoeshoe I, fondatore del Lesotho, ne ricevette una in dono. Il re amava talmente tanto quella coperta che abbandonò il tradizionale “Kaross” (il mantello in pelle di leopardo) in favore di questo nuovo indumento. Da quel momento tutti i sudditi del re seguirono l’esempio ed in tal modo la coperta è divenuta un elemento intrinseco nella vita e nella cultura del Popolo Basotho. Nel tempo sono diventate talmente importanti e significative che ne esistono modelli specifici utilizzabili in occasione di determinati riti o iniziazioni: ne esiste una per la fertilità che viene indossata dai giovani uomini durante la fase di preparazione del loro passaggio all’età adulta, un altro modello è impiegato durante i matrimoni, un altro ancora per le nascite, mentre una coperta “speciale” è quella utilizzata per l’incoronazione del re. Addirittura ad alcune coperte viene assegnato un nome specifico per commemorare un evento particolarmente significativo, come ad esempio la coperta “Vittoria”, in onore della regina inglese Victoria che, nel 1897 donò una coperta al re.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Peul (Fulani) Niger 2018 – 2019 – 2020

I Peul (nome di origine francese) o Fulani (di derivazione anglofona) sono un’etnia nomade diffusa dalla Mauritania al Cameroun dedita alla pastorizia, all’allevamento, all’agricoltura ed al commercio.
Loro si definiscono con il nome di “Fulbe” (al singolare “Pullo”) che deriva da un termine utilizzato in lingua fulfude dal significato di “nuovo” o “libero”, vengono denominati anche il “Popolo senza confini”.
Si ipotizza che siano discendenti di una popolazione preistorica del Sahara migrata inizialmente verso il Senegal ed in seguito, intorno all’anno 1000 a. C., lungo le rive del fiume Niger alla ricerca di pascoli per le mandrie.
A loro si deve l’introduzione e la diffusione della religione islamica in Africa occidentale: la loro comunità è in gran parte composta da fedeli musulmani sunniti. Devoti e teocentrici conservano anche abitudini preislamiche come la circoncisione del prepuzio e l’ablazione del clitoride (la cicatrizzazione di tali ferite viene favorita con l’applicazione di polvere di sabbia fine). Per loro la più grande benedizione, oltre che possedere una mandria (soprattutto per coloro che praticano ancora il nomadismo), è quella di avere vari figli.
L’inarrestabile avanzata della desertificazione hanno ridotto di molto la disponibilità di pascoli a disposizione di questi pastori nomadi musulmani, obbligandoli a migrare sempre più a sud, provocando dispute sulla terra rispetto ad altre comunità composte da agricoltori stanziali cristiani: gli scontri sanguinosi che ne sono derivati hanno provocato migliaia di morti e continuano senza sosta espandendosi in tutta l’area dell’Africa occidentale.
Il timore che questo scontro possa trasformarsi in una vera e propria pulizia etnica condotta, oltre che per lo sfruttamento dei pascoli, anche per perseguire il tentativo di islamizzazione dell’intera area, non è poi così lontano dalla realtà.
Questo gruppo etnico presenta una varietà ed una miscellanea di usi, costumi e cultura fatti propri tramite le influenze intercorse con le popolazioni che abitano le medesime aree in cui essi sono stanziati. L’ampia diffusione geografica dei loro spostamenti ed i contatti diffusi con popolazioni tanto diverse hanno inevitabilmente influenzato i loro usi e costumi, provocando un considerevole livello di assorbimento culturale.
Un altro fattore determinante nella varietà di questa etnia è confermato dalle sue numerose ramificazioni: nella comunità vengono inclusi diversi gruppi quali, ad esempio, i Tukolor in Senegal, i Yimbe Pulaaku in Mali, i Wodaabe in Niger.
I Peul o Fulani hanno adattato le necessità agro pastorali della propria comunità a quelle delle loro estese mandrie di animali che vengono condotte, attraverso un’incessante ricerca di grandi aree verdi destinate a pascolo, in territori prosperi, come ad esempio nella savana presente tra il distretto di Abalak e la zona di Ingall, ricca di zone saline e di numerose pozze d’acqua. Per non mettere a rischio le già scarse riserve d’acqua, i giovani lasciano le donne, i bambini ed i vecchi nel villaggio e si spostano con le loro mandrie alla ricerca di nuove fonti idriche, in attesa dell’arrivo della prossima stagione delle piogge.
Alcuni Clan Peul o Fulani (da loro denominati “Leyyi”) sono legati tra di loro dal “Jongu”, una sorta di relazione che impone il reciproco rispetto e l’obbligo morale di aiutarsi a vicenda in caso di necessità.
La loro società è imperniata sulle regole della casta di appartenenza: tutti rimangono all’interno della casta che ereditano alla nascita. Esistono i nobili (a cui appartengono i proprietari di bestiame più influenti, i consiglieri e gli ausiliari, gli artigiani dei metalli fusi), i liberi ed i servi. Tali suddivisioni risultano comunque più attenuate e meno intransigenti rispetto a quelle adottate dal Popolo Tuareg, in quanto inserite in un più vasto sistema sociale basato sull’organizzazione del lavoro, sulla collocazione nello spazio da occupare nell’accampamento o nelle abitazioni del villaggio stanziale. La gerarchia sociale sembra trarre la sua valenza più genuina dagli elementi di parentela che si intrecciano e si collegano alle caste stesse.
La malattia viene spesso considerata il risultato di incantesimi prodotti da spiriti malefici o di malocchio operato da nemici: per questo l’utilizzo di amuleti (“Gris gris”) è largamente diffuso sin dalla più tenera età. Alcuni di questi portafortuna sono particolarmente pittoreschi ed originali come, ad esempio, un piccolo frammento di un vecchio pneumatico legato alla caviglia al fine di evitare il morso dei serpenti, oppure la pratica di spaccare in due la scapola dell’animale ucciso (una capra o un animale selvatico) onde evitare di fornire ad un potenziale nemico una “tavoletta” utilizzabile per effettuare sortilegi ai suoi danni.
Molti rimedi possiedono altresì un fondamento razionale: ogni nomade possiede una scorta abbondante di erbe, foglie, semi e radici denominata “Magani” che vengono impiegati sia per la cura dei familiari sia per la salute delle preziosissime vacche a loro tanto legate. Anche le donne posseggono una loro scorta personale di Magani che tengono in un lembo arrotolato della veste. Ogni atto terapeutico viene necessariamente accompagnato da formule specifiche di scongiuro tramandate da generazione in generazione. I guaritori di professione, “Bokaddo” in lingua locale, vengono consultati all’occorrenza soprattutto in relazione ad eventi in qualche modo legati a fenomeni di superstizione, lasciando ampio spazio, in tal caso, a rituali di tipo esorcistico. Nel caso della sterilità femminile, ad esempio, le varie formule magiche ripetute ad alta voce dal Bokaddo si accompagnano all’assunzione di un infuso da parte della donna preparato dallo stregone miscelando in proporzioni (solo allo stesso note) scorze di baobab, cenere ed un uovo di uccello. I gonfiori da trauma vengono trattati con decotti bollenti di acacia rabdiana e latte, mentre i reumatismi si curano con massaggi di sabbia calda. Per combattere le malattie da raffreddamento vengono utilizzati infusi di tamarindo, i disturbi intestinali vengono curati con una bevanda a base di sale e natron rosso, mentre per il trattamento della malaria ci si affida ad un infuso con scorza di acacia rabdiana bollita nel latte. Comunque, ad ogni trattamento terapeutico, deve necessariamente corrispondere una contemporanea enunciazione di formule tradizionali per il buon esito della cura specifica diretta a sanare una determinata patologia.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Haoussa Niger 2018 – 2019 – 2020

Gli Haoussa costituiscono circa il 50% dell’intera popolazione del Niger e si concentrano soprattutto nell’area al confine con la Nigeria. Secoli addietro risiedevano anche in territori diversi, come la Regione dell’Air, dalla quale sono stati cacciati dal Popolo Tuareg. Si dedicano all’agricoltura ed all’artigianato, oltre ad essere abili commercianti, avendo sviluppato ottime relazioni economiche con la vicina Nigeria. Hanno una indiscutibile matrice africana, pur esistendo la leggenda che il loro avo fondatore sia originario del Medio Oriente e precisamente di Baghdad. Appaiono, in realtà, come una miscellanea di elementi sudanesi, berberi ed arabi.
Parlano la lingua Hausa, un idiomia afro asiatico del gruppo Ciadico: sembra che sia la prima lingua parlata rispetto a qualsiasi altra lingua nella Regione dell’Africa sub sahariana.
Gli appartenenti a questa etnia possiedono un codice di abbigliamento molto particolare a causa delle loro credenze religiose e delle loro attività lavorative. Gli uomini sono facilmente identificabili per il loro abito elaborato che consiste in un ampio abito lungo, noto come “Babban riga” ed una veste con tunica chiamate “Jalabia” e “Juann”. Le donne si acconciano i capelli in minute treccioline e indossano l’“Abaya”, realizzato con stoffe colorate, una camicetta abbinata ad un turbante di mussola bianca e ad uno scialle. Ornano le braccia e le caviglie con braccialetti, al naso portano un piccolo monile in argento, al collo si agghindano con collane di perline di vetro, d’avorio o di agata. Il loro abbigliamento è molto semplice e lineare: vesti bianche e lunghe decorate con filo color kaki, ampi cappelli di paglia per ripararsi dal sole e dalle piogge.
Nel Medioevo erano famosi per i loro caratteristici vestiti blu (con il tempo dismessi) mentre cavalcavano splendidi cavalli arabi ed ottimi cammelli del Sahara.
La dieta di questo Popolo è costituita prevalentemente da cereali (sorgo, miglio, riso, mais) che vengono macinati a mano per derivarne farina che viene utilizzata in una varietà di piatti tipici (il cibo è identificato dal termine “Tuwo” in lingua Hausa). Sono dediti in particolare alla coltivazione di arachidi che distribuiscono sull’intero territorio nigerino e del cotone.
Nell’artigianato sono famosi per la lavorazione dei tessuti tinti con l’indaco, del cuoio, dell’impagliatura con fibre vegetali e della metallurgia.
Sono organizzati in una struttura piramidale molto rigida e regolata da norme religiose rigorose: al vertice della gerarchia politica si trova il Sultano, sovrano assoluto di Zinder.
Tra le feste più famose si può citare la corrida tradizionale di fine Ramadan, curiosamente simile a quella praticata in Spagna.
Una delle cerimonie tradizionali più originali è il rito di possessione Bori: una danza legata al culto di possessione che ha, come caratteristica peculiare, di portare l’adepto allo stato fisico e mentale della possessione appunto, durante la quale si cade in uno stato di trance che conduce l’individuo che la pratica a far parlare attraverso di lui delle entità spirituali. Gli Haoussa, per entrare più velocemente in trance, fanno uso di una pianta, la Datura, che facilita questo particolare processo. La consuetudine ancestrale è quella di implorare i “Djins”, gli esseri magici superiori, al fine di aiutarli nella buona riuscita dei raccolti , anche se, in alcune regioni, il rito di possessione ha finalità principalmente terapeutica.
Il “Dambe” è una attività sportiva assimilata al pugilato che praticano gli Haoussa dell’Africa occidentale. In passato il Dambe includeva una componente di wrestling, conosciuta come “Kokawa”, mentre oggi è un’arte pugilistica in senso stretto. Tale sport è tradizionalmente associato alla casta dei macellai, anche se negli ultimi anni si è progressivamente svincolata da questi ultimi, prevedendo tornei itineranti. Tali tornei vengono svolti nei villaggi durante il periodo della mietitura, allargando i competitori anche a campioni stranieri oltre che locali, in occasione dei festeggiamenti per il raccolto.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Djerma Songhai Niger 2018 – 2019 – 2020

I Djerma Songhai sono una popolazione africana prevalentemente stanziata lungo le rive del fiume Niger che estende la sua presenza sino al Mali e precisamente nell’area di Timbouktou. Sono discendenti dal fiero popolo che fondò l’Impero Songhai, in Sudan, il quale ebbe una enorme rilevanza nella storia dell’Africa, anche e soprattutto grazie alla sua posizione strategica a cavallo tra Africa nera ed Africa bianca. L’etnia presenta tratti fortemente caratterizzati da numerose analogie con i Tuareg in quanto, nel passato, i Djerma Songhai spesso sono stati al loro servizio forzato. La società Songhai primitiva, riflettendo un processo di fusione tra gruppi umani di diversa provenienza, risultava suddivisa in tre gruppi fondamentali: pescatori (“Sorko”), agricoltori (“Gabibi”), cacciatori (“Gow”), le cui attività risultavano complementari. Il gruppo dominante era ad ogni modo quello dei pescatori, i quali potevano, navigando il corso del Niger, esercitare anche delle primordiali forme di commercio e, all’occorrenza, erano in grado di trasformare le proprie imbarcazioni in una sorta di temibile flotta da guerra.
Esiste ancora oggi un racconto mitologico che li assimila, come aspetto, agli animali presenti nel fiume che costituivano le loro prede principali (come il “pescedrago” o un ippopotamo o ancora un coccodrillo, quest’ultimo adorato come il mitico antenato della stirpe Songhai).
Ormai organizzati in Clan patriarcali, a seguito di un evidente influsso berbero, hanno comunque conservato tracce di più antiche strutture matrilineari, riscontrabili nella libertà che godono attualmente le donne.
Si sono integrati perfettamente nel territorio fertile lungo le sponde del Niger, coltivando cereali, riso e pescando nelle sue acque prolifiche. Sono anche abili artigiani e commercianti che hanno dato un notevole impulso economico e culturale a tutta la regione.
Risultano molto legati alle pratiche religiose islamiche ma non hanno abbandonato i riti ancestrali legati alla stregoneria. Immaginano la loro vita come un passaggio obbligato attraverso pericoli ed insidie: per questo motivo si rivolgono frequentemente a indovini, stregoni e sacerdoti chiedendo consulti per le possessioni spiritiche.
Altra caratteristica molto singolare dei Djerma Songhai consiste nel fatto che la loro lingua presenta molte affinità con quella dei Masai del Kenya.

Fabrizio Loiacono Photographer

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