Etnia Dendi – Niger 2019

I Dendi (tale termine, derivato dalla lingua Songhai, significa “il Popolo lungo il fiume”) sono un gruppo etnico stanziato principalmente nelle fertili pianure adiacenti al fiume Niger, dediti alla coltivazione dei terreni lungo le sue sponde e le sue aree di esondazione. I Dendi, come i Djerba Songhai, discendono dall’antico regno musulmano di Za (risalente all’11° secolo). Questi due gruppi etnici hanno diverse affinità comuni. Le colture coltivate dai Dendi includono miglio, mais, platano e manioca: il lavoro nei campi è compito esclusivo degli uomini, mentre alle donne è consentito coltivare ortaggi ed erbe aromatiche nei loro giardini. Molti di loro sono anche dediti al commercio che svolgono con capacità e competenza. La maggior parte si sono convertiti all’Islam, anche se alcune tradizioni culturali ancestrali sono ancora presenti nella loro vita quotidiana: dalla magia al culto degli antenati, dalla stregoneria ai riti di possessione. Pertanto maghi guaritori e streghe sono presenti in quasi tutti i villaggi. Tra le principali cerimonie religiose frammiste di elementi animistici si possono citare quella denominata “Genji bi hori” (una festa celebrata per donare offerte ai cosiddetti spiriti neri) e quella indicata come “Yenaandi” (danza della pioggia).
La loro società si basa sulla credenza diffusa che tutti gli uomini condividano lo stesso antenato maschio. Esiste una casta nobile e, tra i nobili Dendi, il primo figlio maschio nato da un matrimonio viene esortato a sposare la figlia dello zio paterno al fine di mantenere la “purezza” della discendenza paterna.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Gens du Niger (Tuareg) – 2019

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Festival del Gerewol Wodaabe – Niger 2018

I Wodaabe o Bororo (quest’ultimo nome dispregiativo ispirato dal bestiame, “mborooli” in lingua Fulani significa zebù, la cui traduzione vuole rappresentare in modo completamente errato questi fieri pastori nomadi contraddistinguendoli come “coloro che non si lavano e vivono nella macchia”) sono una Tribù appartenente all’Etnia Peul o Fulani, gli ultimi grandi nomadi che, ancora oggi, si spostano all’interno del grandioso Continente Africano con le loro mandrie, seguendo il ritmo delle stagioni e regolando la transumanza proprio su tali conoscenze ataviche, alla ricerca dei rari pascoli e delle rarissime pozze d’acqua da un paese all’altro: dalla Repubblica Centro Africana, al Senegal, al Niger, alla Nigeria, al Cameroun, spingendosi fino in Mali. Si fanno chiamare con orgoglio Wodaabe, il Popolo del tabù, perché nella loro cultura non esistono gerarchie di alcun tipo e non vi sono né padroni né schiavi. La loro è una società di eguali non fondata sugli effimeri beni materiali: considerano indegno per un allevatore nomade fabbricare oggetti e sono fermamente convinti che il lavoro, se non direttamente correlato all’allevamento, possa compromettere la loro libertà. Hanno conservato tradizioni, usanze, riti e valori tipici di una vita indipendente, resistendo a qualsivoglia influenza esterna ed alle lusinghe del cambiamento.
Sono un Popolo dedito alla pastorizia, allevano buoi gibbuti dalle lunghe corna (chiamati anche zebù), cammelli e capre. Sono spiriti liberi attaccati in modo viscerale al proprio bestiame con cui si identificano, a tal punto da trasporre il nome degli animali preferiti agli stessi figli. Una gran parte dei Peul si sono convertiti all’Islam ed hanno mutato le loro abitudini divenendo agricoltori ed allevatori stanziali.
Non i Wodaabe che, al contrario, hanno mantenuto intatte le antiche tradizioni, conservando la vita nomade ed uno stile spartano che li spinge a porre la bellezza e la cura della persona sul gradino più alto della loro gerarchia di valori.
Ogni bambino, sin dalla più tenera età, riceve in dote un vitellino per rinsaldare in tal modo il rapporto indissolubile che lo legherà per la vita ai propri animali. L’importanza ed il prestigio degli uomini e delle loro famiglie si fondano sul numero di capi bestiame posseduti. Vivono del ricavato delle loro mandrie, che vengono usate come moneta di scambio ed assicurano loro di che vivere: solamente in occasione di determinate ricorrenze particolarmente importanti, sacrificano un loro animale per utilizzarlo come cibo.
Le donne si occupano della mungitura, della vendita dei prodotti derivati dal latte (sotto la supervisione dei mariti) nei vari mercati, della realizzazione di oggetti artigianali di uso quotidiano, delle faccende domestiche, oltre che della cura dei figli e della tenda, mentre gli uomini si limitano a portare al pascolo gli animali.
Alla base della loro cultura millenaria e delle loro tradizioni ancestrali vi è un codice di comportamento noto come “Pulaaku”: impone indistintamente a tutti i Wodaabe le qualità della pazienza, dell’autocontrollo, della disciplina, della prudenza, della modestia, del rispetto verso gli altri (compresi i nemici), della saggezza, della previdenza, della responsabilità personale, dell’ospitalità, del coraggio e del duro lavoro. In tale ottica, al fine di responsabilizzare il bambino sin dalla tenera età, a lui viene affidata la custodia delle mandrie, in modo da metterlo alla prova: da solo, di notte, nella savana sarà costretto a vincere la paura e contrastare gli attacchi delle iene o degli sciacalli, pena la vergogna di essere additato come codardo.
La loro concezione del rapporto pastore/animale li porta a considerare, come massima aspirazione possibile, quella di camminare fieri davanti alle loro mandrie con il tipico copricapo ed il bastone, ottenendo in tal modo la soddisfazione più alta della loro esistenza.
La vita, secondo le loro credenze, si divide in tre diversi cicli di 21 anni ciascuno: il primo periodo corrisponde all’apprendistato, il secondo alla pratica, il terzo all’insegnamento. Per loro “uscire” dalla vita attiva è come morire.
Essi non si separano mai dai loro amuleti ed effettuano antichi riti religiosi animistici, derivati da culti preislamici giunti, quasi inalterati, fino a noi.
I Wodaabe non hanno sviluppato tratti somatici negroidi, possedendo evidenti ed inconfutabili lineamenti occidentali. Essi hanno insito nel loro Dna il culto della bellezza che celebrano ogni anno da tempi immemorabili al termine della stagione delle piogge, in piena savana, mediante il rito antichissimo del Gerewol. Per essere presenti e rievocare con canti, balli e riti questa cerimonia arcaica, centinaia di famiglie attraversano le aride pianure del Sahel che si estendono dal Niger, dal Cameroun e dalla Nigeria: gli uomini a piedi davanti alle mandrie, mentre le donne ed i bambini a seguire sugli asini. I nomadi affrontano questo lungo viaggio anche per uno scopo, se vogliamo, meno “nobile”: spingere le proprie mandrie verso i pascoli ricchi di sale e di pozze d’acqua nel territorio compreso tra il Villaggio di Abalak e l’Oasi di Ingal.
Si tratta di un concorso di bellezza, tutto al maschile: i giovani uomini Wodaabe, appartenenti ai vari Clan confluiti per l’occasione della Festa (si ritrovano i vecchi amici, si rinsaldano i legami di parentela, si intrecciano nuovi amori), dopo una dieta ferrea a cui si sono sottoposti nei mesi precedenti, partecipano a questo Festival sfoggiando fisici asciutti e muscolosi, elaborate acconciature arricchite dalle piume di struzzo, conchiglie cipree, monili coloratissimi, amuleti di ogni tipo, pitture facciali realizzate con la “Pura” (una polvere gialla) e ricoperte dall’argilla rossa, trucco abbondante e complesso (trascorrono diverse ore, anche sei consecutive, a ritoccare l’acconciatura ed il trucco davanti a minuscoli specchi con l’ausilio dei loro coetanei).
I giovani Wodaabe, terminata la lunga e laboriosa fase del trucco, raggiungono la radura indicata dagli anziani ed iniziano a porsi uno a fianco all’altro creando un lungo semicerchio umano. Si muovono lentamente spalla contro spalla e mano nella mano.
Il “Rumme” è la danza di benvenuto: rappresenta una sorte di saluto rivolto a tutti i Clan presenti all’evento. Al centro del semicerchio si dispongono gli anziani più in vista che li incoraggiano intonando una nenia quasi interminabile, battendo le mani, alzando al cielo il bastone tipico da pastore e aggiustando le loro acconciature o i loro monili quando necessario. Sembrano quasi dei maestri d’orchestra che incoraggiano i giovani a dare il meglio di sé.
Segue la cerimonia “Yake” (il cui nome si può tradurre in “compagni della stessa classe d’età”), i partecipanti alla gara di bellezza maschile si esibiscono cantando, danzando e mettendo in risalto il volto mediante una mimica facciale molto particolare: tengono gli occhi forzatamente spalancati per farli sembrare più grandi, incrociano le pupille per simulare lo strabismo (considerato dalle ragazze affascinante), sorridono in modo ostentato per mettere in risalto i denti bianchissimi. Il pubblico presente (scrupolosamente separato tra gli uomini e le donne, a cui sono affidati i bambini) li segue entusiasta e gioioso: in particolare le giovane ragazze ancora nubili, anch’esse elegantissime, adornate da gri gri (amuleti) e monili ricercati, composte e silenziose, osservano con estrema attenzione e spirito critico i ragazzi schierati durante le loro “performances”.
Dopo una breve pausa, visto il caldo soffocante e la polvere che avvolge i partecipanti, si inizia la danza di guerra denominata “Gerewol” (che dà il nome anche al Festival): i danzatori si presentano in un unico fronte compatto avanzando ed indietreggiando insieme con passi leggeri e ritmati, vi è un gran volteggiare di asce e le pesanti cavigliere (unico strumento musicale oltre ai tamburi) scandiscono i movimenti della danza che, con il passare delle ore, diviene sempre più frenetica. A gruppi di quattro o cinque partecipanti, ad un certo punto, si staccano dal fronte compatto e avanzano verso il pubblico mimando scene di guerra, roteando le asce ed i bastoni da mandriano. Al termine di questa danza di guerra, i ragazzi bevono una bevanda a base di latte fermentato che fornisce loro l’energia necessaria per ballare le numerose ore previste dal Festival, anche se potrebbero accusare effetti allucinogeni. Anche prima, come durante le diverse esibizioni, essi bevono anche del thè infuso con la corteccia fermentata di un particolare albero che li farebbe danzare instancabilmente.
Riprendono i festeggiamenti ripetendo la danza “Yake”, in cui i giovani Wodaabe (i volti accuratamente truccati, le labbra evidenziate con la cenere, i grandi copricapo ornati con le piume di struzzo, le vesti finemente ricamate e adornate di amuleti, specchietti, collane) fanno sfoggio di tutto il loro fascino mentre le ragazze li studiano con estremo interesse e con la massima attenzione. Al termine della danza, le ragazze indicate dagli anziani per presiedere alla scelta ufficiale dei vincitori (che, in precedenza, si erano anch’esse truccate e vestite a festa poco distante dalla radura dove si svolgeva il Festival con l’ausilio dei parenti stretti), accompagnate dalle rispettive mamme che le affidano ai decani, si avvicinano ai candidati con passi lenti e regali, a mani giunte, inginocchiandosi per un ultimo sguardo indagatore, ed alla fine procedere con decisione ed eleganza (sempre tenendo lo sguardo insistentemente rivolto a terra) verso il prescelto, sfiorando la sua mano come gesto indiscutibile di approvazione.
I due (la donna che ha effettuato la scelta e l’uomo da lei preferito) avranno la possibilità di appartarsi durante la notte nella boscaglia della savana al chiarore della luna per una “prova” prematrimoniale d’amore tutta al femminile, nel senso che sarà la ragazza a decidere se l’uomo che ha individuato come migliore possa essere considerato “valido” o meno per il matrimonio. Naturalmente la scelta del proprio partner potrà essere effettuata anche da tutte le altre ragazze nubili presenti al Festival in modo meno appariscente ed ufficiale: per entrambi i sessi vi è una libertà impensabile nel mondo occidentale.
Durante la notte le danze (esclusivamente di uomini) continuano nel buio più completo per ore ed ore: il silenzio della savana riecheggia del suono dei tamburi, dei canti e delle invocazioni dei giovani Wodaabe.
Il giovane prescelto, superata la prova più importante della notte d’amore, porterà una zucca piena di latte alla famiglia della futura sposa, quale gesto di buon augurio per la futura unione.
Le celebrazioni del Gerewol durano da una settimana a 10 giorni e si concludono con l’esaltante corsa dei dromedari.
Coloro che hanno la fortuna di assistere e documentare questa coloratissima ed originale Festa, vengono proiettati come per un incredibile miracolo in un’epoca arcaica, vivono come testimoni un evento che si perde nella notte dei tempi, che conserva intatto un valore etnoantropologico di immensa importanza, che risulta scevro da contaminazioni culturali esterne e che restituisce tutto il valore simbolico a questa Terra meravigliosa oggi conosciuta col nome di Niger ed a questo Popolo Wodaabe, fiero e indomito che custodisce le proprie tradizioni ancestrali con tanta passione.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Festa di fidanzamento e battesimo Niamey – Niger 2020

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La Festa del Bianou – Agadez – Niger 2018

I bambini Tuareg sono i primi a dare il via ai festeggiamenti, suonando i tamburi nel bel mezzo dei preparativi, quando è appena l’alba.
Il Bianou, secondo la leggenda, vuole ricordare l’accoglienza riservata dagli abitanti della Medina al Profeta Maometto. Esso segna l’inizio del nuovo anno musulmano. E’un evento molto importante per la popolazione di Agadez e per tutti i Tuareg, che si riuniscono festanti intorno ai loro giovani guerrieri riccamente vestiti ed ornati.
Saranno questi ultimi a danzare al suono dei tamburi (nominati “Etebel”, simbolo dell’unità delle Tribù Tuareg), mimando combattimenti di antica memoria con le spade e le lance (“Takoubas”) lungo le sabbiose e polverose stradine di Agadez.
Si divideranno in due schieramenti (corrispondenti al quartiere Est ed Ovest della città).
Verranno seguiti da centinaia di bambini, donne, uomini ed anziani molto ben curati e vestiti a festa, che sventolano rami di palma cantando e ballando.
Le giovani donne, in particolare, indossano vestiti attillati e raffinati, gioielli vistosi dalla preziosa manifattura artigianale e sono molto curate nel trucco e nell’aspetto generale. Non per niente viene considerata anche la celebrazione della seduzione…i giovani Tuareg corteggiano le ragazze più belle e molto spesso nascono storie d’amore proprio in questa occasione così gioiosa.
Molti giovani guerrieri indossano un particolare copricapo da cerimonia a forma di cresta di gallo che viene modellato con inserti rigidi di tessuto accoppiato e tinto con indaco per dare un particolare effetto di lucentezza splendente.
Durante i preparativi di vestizione dei giovani che parteciperanno alla sfilata, il rito del thè rappresenta una pausa di grande importanza.
Le danze, le sfilate ed i festeggiamenti proseguono sino al tramonto per tre giorni consecutivi in un’atmosfera allegra ed effervescente.
E’una festa molto coinvolgente, viene voglia di unirsi ai balli ed ai canti, si respira un’aria ricca di emozioni positive ad ogni angolo della città.
Situata ai piedi del massiccio dell’AIR, circondata dal Deserto del Ténéré e dalle sterminate pianure dell’Azaouagh, Agadez è oggi il centro amministrativo del dipartimento di gran lunga più esteso della repubblica Nigerina.
Agadez è una delle città più antiche del Niger, con un passato ricco di storia. Poco nota fino agli inizi del XV secolo, acquista importanza quando Illisawan, sultano dei Tuareg dell’AIR, decide di abbandonare il nomadismo e fa di Agadez la sua capitale. Nel XVI secolo l’antica città dei Tuareg conosce il suo massimo splendore, diventando un importantissimo crocevia dei traffici carovanieri tra l’Africa nera e l’Africa sahariana.
La città è stata, fino al momento della colonizzazione (circa cinque secoli fa) il centro politico, amministrativo, religioso e commerciale del sultanato Tuareg. Dopo la colonizzazione francese e fino a pochi anni orsono, Agadez è stata scarsamente influenzata in senso negativo dai rapporti con il mondo occidentale; ora è una città vera e propria di oltre 50.000 abitanti, punto di partenza per i tour nel deserto.
Purtroppo ora Agadez è diventata anche una tappa fondamentale del lungo viaggio che compiono le genti dell’Africa occidentale, per tentare un approdo nell’opulento continente europeo.
La periferia della città, causa la forte urbanizzazione avvenuta soprattutto dopo i devastanti effetti della siccità nel Sahel, risulta purtroppo abbastanza degradata.
Il simbolo di quest’oasi dai colori ocra è l’originale sagoma piramidale del Minareto con travi in legno della Grande Moschea, classico esempio di architettura sudanese, unica superstite di altri due edifici andati distrutti. La Moschea, detta anche del Venerdi, è opera del santo Zakarya vissuto nel XVI secolo; il minareto alto circa 30 metri crollò parzialmente e fu ricostruito come era e dove era nel secolo scorso.
Nel vecchio quartiere di Agadez le case sono tutte costruite con un impasto di argilla, sterco e paglia, presentano facciate talvolta decorate con motivi geometrici, talvolta dipinte. Si possono visitare le botteghe dei famosi artigiani girovagando lungo le strette e tortuose strade ammirando le caratteristiche abitazioni in stile sudanese.
L’attività principale ad Agadez è l’artigianato e numerose sono le botteghe sparse un po’ ovunque in città, come sarti, lavoranti del cuoio ma soprattutto fabbri-gioiellieri. Questi ultimi con materiali ferrosi e di rame forgiano pugnali da braccio, le celebri spade Tuareg (Takubas), lance e le parti decorative delle selle. Con l’argento di antiche monete, sempre commisto con altri metalli, creano caratteristici anelli, bracciali, orecchini e soprattutto le celebri “croci” forgiate in vari stili. La “croce di Agadez” è il più tipico dei gioielli Tuareg, ed è un antichissimo ornamento che identifica le diverse località e tribù, ma non è assolutamente una croce di ispirazione cristiana, anche se alcuni modelli ne assumono vagamente l’aspetto.
Il deserto non si può spiegare, come non si può spiegare un tramonto infuocato, un arcobaleno dopo una pioggia tropicale, l’azzurro del cielo o il blu del mare.
Il “mal d’Africa” esiste davvero, è una realtà, non è una leggenda. Questo continente così speciale, così unico e contraddittorio esercita su di noi un’attrattiva che è difficilmente spiegabile in termini razionali, ma è tuttavia fortissima sotto il profilo emotivo.
Il “mal di Sahara” è un male ancora più sottile, più misterioso, che si insinua sotto la pelle proprio come fa la sabbia quando entra nei vestiti ed è difficile da mandare via, forse perché è un male che viene dal profondo del nostro animo e di conseguenza è ancora più difficile da descrivere.
Qui, in questo pezzo di mondo, il fascino che esercita il “rumore” del silenzio, il senso di solitudine e la bellezza selvaggia di questi paesaggi di sabbia e roccia, contribuiscono a formare delle sensazioni che una volta entrate nel nostro animo non ne escono più, proprio come quei granelli che ho ancora tra i mei vestiti.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Etnia Wodaabe – Niger 2018

I Wodaabe o Bororo (quest’ultimo nome dispregiativo ispirato dal bestiame, “mborooli” in lingua Fulani significa zebù, la cui traduzione vuole rappresentare in modo completamente errato la vita di questi fieri pastori nomadi contraddistinguendoli come “coloro che non si lavano e vivono nella macchia”) sono una Tribù appartenente all’Etnia Peul o Fulani, gli ultimi grandi nomadi che, ancora oggi, si spostano all’interno del grandioso Continente Africano con le loro mandrie, seguendo il ritmo delle stagioni e regolando la transumanza proprio su tali conoscenze ataviche, alla ricerca dei rari pascoli e delle rarissime pozze d’acqua da un paese all’altro: dalla Repubblica Centro Africana, al Senegal, al Niger, alla Nigeria, al Cameroun, spingendosi fino in Mali. Si fanno chiamare con orgoglio Wodaabe, il Popolo del tabù, perché nella loro cultura non esistono gerarchie di alcun tipo e non vi sono né padroni né schiavi. La loro è una società di eguali non fondata sugli effimeri beni materiali: considerano indegno per un allevatore nomade fabbricare oggetti e sono fermamente convinti che il lavoro, se non direttamente correlato all’allevamento, possa compromettere la loro libertà. Hanno conservato tradizioni, usanze, riti e valori tipici di una vita indipendente, resistendo a qualsivoglia influenza esterna ed alle lusinghe del cambiamento.
Sono un Popolo dedito alla pastorizia, allevano buoi gibbuti dalle lunghe corna (chiamati anche zebù), cammelli e capre. Sono spiriti liberi attaccati in modo viscerale al proprio bestiame con cui si identificano, a tal punto da trasporre il nome degli animali preferiti agli stessi figli. Una gran parte dei Peul si sono convertiti all’Islam ed hanno mutato le loro abitudini divenendo agricoltori ed allevatori stanziali.
Non i Wodaabe che, al contrario, hanno mantenuto intatte le antiche tradizioni, conservando la vita nomade ed uno stile spartano che li spinge a porre la bellezza e la cura della persona sul gradino più alto della loro gerarchia di valori.
Ogni bambino, sin dalla più tenera età, riceve in dote un vitellino per rinsaldare in tal modo il rapporto indissolubile che lo legherà per la vita ai propri animali. L’importanza ed il prestigio degli uomini e delle loro famiglie si fondano sul numero di capi bestiame posseduti. Vivono del ricavato delle loro mandrie, che vengono usate come moneta di scambio ed assicurano loro di che vivere: solamente in occasione di determinate ricorrenze particolarmente importanti, sacrificano un loro animale per utilizzarlo come cibo.
Le donne si occupano della mungitura, della vendita dei prodotti derivati dal latte (sotto la supervisione dei mariti) nei vari mercati, della realizzazione di oggetti artigianali di uso quotidiano, delle faccende domestiche, oltre che della cura dei figli e della tenda, mentre gli uomini si limitano a portare al pascolo gli animali.
Alla base della loro cultura millenaria e delle loro tradizioni ancestrali vi è un codice di comportamento noto come “Pulaaku”: impone indistintamente a tutti i Wodaabe le qualità della pazienza, dell’autocontrollo, della disciplina, della prudenza, della modestia, del rispetto verso gli altri (compresi i nemici), della saggezza, della previdenza, della responsabilità personale, dell’ospitalità, del coraggio e del duro lavoro. In tale ottica, al fine di responsabilizzare il bambino sin dalla tenera età, a lui viene affidata la custodia delle mandrie, in modo da metterlo alla prova: da solo, di notte, nella savana sarà costretto a vincere la paura e contrastare gli attacchi delle iene o degli sciacalli, pena la vergogna di essere additato come codardo.
La loro concezione del rapporto pastore/animale li porta a considerare, come massima aspirazione possibile, quella di camminare fieri davanti alle loro mandrie con il tipico copricapo ed il bastone, ottenendo in tal modo la soddisfazione più alta della loro esistenza.
La vita, secondo le loro credenze, si divide in tre diversi cicli di 21 anni ciascuno: il primo periodo corrisponde all’apprendistato, il secondo alla pratica, il terzo all’insegnamento. Per loro “uscire” dalla vita attiva è come morire.
Essi non si separano mai dai loro amuleti ed effettuano antichi riti religiosi animistici, derivati da culti preislamici giunti, quasi inalterati, fino a noi.
I Wodaabe non hanno sviluppato tratti somatici negroidi, possedendo evidenti ed inconfutabili lineamenti occidentali. Essi hanno insito nel loro Dna il culto della bellezza che celebrano ogni anno da tempi immemorabili al termine della stagione delle piogge, in piena savana, mediante il rito antichissimo del Gerewol. Per essere presenti e rievocare con canti, balli e riti questa cerimonia arcaica, centinaia di famiglie attraversano le aride pianure del Sahel che si estendono dal Niger, dal Cameroun e dalla Nigeria: gli uomini a piedi davanti alle mandrie, mentre le donne ed i bambini a seguire sugli asini. I nomadi affrontano questo lungo viaggio anche per uno scopo, se vogliamo, meno “nobile”: spingere le proprie mandrie verso i pascoli ricchi di sale e di pozze d’acqua nel territorio compreso tra il Villaggio di Abalak e l’Oasi di Ingal.
Si tratta di un concorso di bellezza, tutto al maschile: i giovani uomini Wodaabe, appartenenti ai vari Clan confluiti per l’occasione della Festa (si ritrovano i vecchi amici, si rinsaldano i legami di parentela, si intrecciano nuovi amori), dopo una dieta ferrea a cui si sono sottoposti nei mesi precedenti, partecipano a questo Festival sfoggiando fisici asciutti e muscolosi, elaborate acconciature arricchite dalle piume di struzzo, conchiglie cipree, monili coloratissimi, amuleti di ogni tipo, pitture facciali realizzate con la “Pura” (una polvere gialla) e ricoperte dall’argilla rossa, trucco abbondante e complesso (trascorrono diverse ore, anche sei consecutive, a ritoccare l’acconciatura ed il trucco davanti a minuscoli specchi con l’ausilio dei loro coetanei). Al termine della lunga cerimonia scandita da balli, canti ed espressioni particolarissime nella mimica facciale emozionale messa in campo dai partecipanti per attirare l’attenzione ed il consenso delle ragazze che li giudicano, saranno le donne a decretare i prescelti che, quale “premio”, avranno la possibilità di trascorrere una notte d’amore con la ragazza che ha effettuato la scelta. Per meglio intendere, i due (la donna che ha effettuato la scelta e l’uomo da lei preferito) avranno la possibilità di appartarsi durante la notte nella boscaglia della savana al chiarore della luna per una “prova” prematrimoniale d’amore tutta al femminile, nel senso che sarà la ragazza a decidere se l’uomo che ha individuato come migliore possa essere considerato “valido” o meno per il matrimonio.
Naturalmente la scelta del proprio partner potrà essere effettuata anche da tutte le altre ragazze nubili presenti al Festival in modo meno appariscente ed ufficiale: per entrambi i sessi vi è una libertà impensabile nel mondo occidentale.
Coloro che hanno la fortuna di assistere e documentare questa coloratissima ed originale Festa, vengono proiettati come per un incredibile miracolo in un’epoca arcaica, vivono come testimoni un evento che si perde nella notte dei tempi, che conserva intatto un valore etnoantropologico di immensa importanza, che risulta scevro da contaminazioni culturali esterne e che restituisce tutto il valore simbolico a questa Terra meravigliosa oggi conosciuta col nome di Niger ed a questo Popolo Wodaabe, fiero e indomito che custodisce le proprie tradizioni ancestrali con tanta passione.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Popolo Swazi Swaziland 2012

Gli Swazi appartengono al ceppo degli Nguni (insieme agli Zulu, ai Xhosa ed agli Ndebele): nel periodo dello “Mfecane” (in lingua Zulu significa “devastazione”), in cui accaddero grandi disordini politici e migrazioni forzate che sconvolsero l’Africa del Sud nei primi decenni del XIX secolo, in concomitanza con l’ascesa della nazione Zulu e la presa del potere da parte del potente Re Shaka, essi si distaccarono emigrando sui monti Drakensberg, dove colonizzarono l’area attualmente denominata eSwatini (in precedenza chiamata Swaziland). Il primo regno Swazi fu fondato dal re Ngwane III nel XVIII secolo. L’attuale re Mswati III nel 2006 promulgò una nuova costituzione che introdusse la monarchia assoluta: il Parlamento ha solo poteri consultivi, i partiti politici sono stati sciolti, è ammesso solamente l’associazionismo apartitico. Nel 2018, in occasione del suo cinquantesimo compleanno, il re cambiò il nome del paese da Swaziland a eSwatini. E’ una delle tre monarchie presenti in Africa, insieme al Marocco ed al Lesotho.
La loro organizzazione sociale, sin dalle origini, fu molto semplice: gli uomini praticavano l’allevamento del bestiame (che costituiva la vera “ricchezza” del nucleo familiare), mentre le donne lavoravano la terra, occupandosi dei figli e della gestione familiare. L’importanza e la considerazione nei confronti dei loro capi di bestiame sono confermati anche dalla disposizione della recinzione (“Kraal”) atta a custodire gli animali durante la notte: essa era posta al centro del villaggio tradizionale. Gli animali di allevamento rivestivano un ruolo fondamentale anche nei rapporti sociali: ad esempio, il prezzo da versare ai genitori per chiedere in sposa la loro figlia era indicato in un numero di capi di bestiame da concordare. La carne degli animali veniva consumata raramente e solo sporadicamente in occasioni particolari ed a scopi rituali, mentre il latte ed i suoi derivati costituivano l’alimento base per i bambini, mentre erano assolutamente vietati alle donne sposate. Era previsto anche il divieto di consumare il pesce, ed alle donne è attualmente negato il consumo delle uova, mentre in passato alcuni animali selvatici non potevano essere cacciati e la loro carne non poteva essere mangiata.
Le capanne sono costruite ad alveare con una struttura portante in stecche di legno intrecciate (simile a quelle realizzate dagli Zulu, con cui presentano forti analogie nelle tradizioni e nei costumi) ed il tetto in paglia fermata con corde per fissarlo alla struttura sottostante. Nel loro villaggio è presente la grande capanna (“Indlunkulu”), utilizzata come santuario di famiglia dedicato agli antenati. Altre capanne sono occupate dalle mogli, mentre la madre del capo villaggio abita in una capanna più grande rispetto alle altre.
Il matrimonio è considerato come l’unione di due famiglie: un tempo erano comuni i matrimoni poligami, ma la diffusione del Cristianesimo e le condizioni economiche li hanno resi molto rari. In una fattoria poligama ogni moglie ha la sua capanna ed il proprio cortile circondato da recinti di canne. Vi sono tre strutture: una per dormire, una per cucinare ed infine una per conservare (cereali, birra e quanto necessario alla loro alimentazione). Nelle fattorie più grandi esistono strutture utilizzate come alloggi per scapoli e alloggi per gli ospiti.
Una tradizione Swazi molto romantica e singolare, prevede che l’uomo innamorato scriva delle lettere d’amore realizzandole con perline colorate che poi formeranno una collana al cui centro verrà posto un ciondolo quadrato che rappresenterà la dichiarazione d’amore: ancora oggi la maggior parte delle donne Swazi indossano con orgoglio questa dichiarazione d’amore ricevuta.
Essi credono nella stregoneria e nei divinatori, alcune loro fattorie vengono “protette” da rituali magici, mentre i divinatori spesso sono posseduti dagli spiriti che svelano loro quello che il futuro riserverà, molti si rivolgono ai guaritori tradizionali (denominati “Inyanga”) che impiegano la medicina naturale e svariati rituali durante la somministrazione delle loro “cure” (sono famosi per l’abile lancio delle ossa, “Kushaya ematsambo”, utilizzato per determinare la causa di una malattia).
Il “Sangoma” è un rabdomante tradizionale scelto dagli antenati di quella particolare famiglia. Egli deve seguire un duro addestramento dal nome “Knetfwasa” ed al termine parteciperà ad una cerimonia in cui tutti i Sangoma si riuniscono per banchettare e ballare, eleggendo il nuovo entrato al loro rango.
Egli verrà consultato per i motivi più svariati, dalle cause di una malattia alle motivazioni di una morte. La diagnosi che lui metterà in pratica si dovrà basare sulla “Kubhula”, un processo di comunicazione attraverso un profondo stato di trance con il mondo degli spiriti che doneranno a lui superpoteri naturali.
Anche gli Swazi, come i cugini Zulu, amano la danza e si cimentano in balli acrobatici e dove la prestanza fisica la fa da padrona. Le donne indossano graziosi teli colorati e cavigliere con applicate una serie di conchiglie che suonano al ritmo della danza. Gli uomini, invece, indossano un gonnellino ed accessori sulle braccia e sulle gambe che risultano molto simili, se non identici, a quelli utilizzati dagli Zulu.
L’evento culturale tra i più importanti è la cerimonia “Incwala”, che si tiene il quarto giorno dopo la luna piena nel giorno più lungo dell’anno (il 21 dicembre): il termine può essere tradotto in “cerimonia dei primi frutti”, in quanto il re degusta il nuovo raccolto, ma non si limita solo a questo. Ma può essere chiamata anche “cerimonia che celebra il potere del re”. Nessuno al posto suo potrebbe celebrare il “Incwala”, sarebbe un atto di alto tradimento. Il culmine dell’evento è durante il quarto giorno dei festeggiamenti: vi partecipano il re, la regina madre, le mogli del re, i figli reali, i governatori reali (“Indunas”), i capi villaggio, i reggimenti ed il popolo dell’acqua o “Bemanti”.
L’annuale “Umhlanga Reed Dance” in eSwatini (tra fine agosto ed i primi di settembre) è una cerimonia di otto giorni in cui le giovani ragazze Swazi (nubili e senza figli) tagliano le canne e le presentano alla regina madre per poi cimentarsi in balli sfrenati: la tradizione vuole che tale Festa sia stata creata al fine di preservare la castità delle ragazze, incoraggiare la solidarietà nella collaborazione lavorativa delle nuove generazioni, offrire un tributo tangibile alla regina madre. La danza delle canne si è con il tempo trasformata, da antica cerimonia che fondava la sua essenza sull’usanza “Umchwasho” (che prevedeva la formazione di un reggimento tutto al femminile in cui le giovani ragazze venivano inserite ed allontanate dalla famiglia di origine per lavorare al servizio della regina madre e soltanto al raggiungimento dell’età da marito sarebbero di nuovo divenute libere ed avrebbero festeggiato con danze e banchetti.
Naturalmente, nel caso una ragazza fosse rimasta incinta al di fuori del matrimonio, la sua famiglia sarebbe stata obbligata a pagare il tributo di una mucca al capo locale), a Festa folkloristica con contorni gioiosi e colorati.
L’arte Swazi spazia dalle ceramiche ai gioielli ed è molto varia: in particolare la creazione di gioielli ed articoli di abbigliamento con le perline. Ad esempio la “Ligcebesha” è una collana colorata realizzata con le perline, mentre la “Indlamu” è una gonna colorata per le ragazze nubili. Le ceramiche comprendono vasi in terracotta utilizzati per il trasporto dell’acqua, per la cottura della birra, e per le decorazioni. Le sculture in legno sono molto apprezzate come utensili (in particolare il “Umcwembe”, per servire la carne). Anche la realizzazione di oggetti d’uso comune, realizzati con erbe speciali, rientrano tra le creazioni artigianali (gli “emacansi” ed i “tihlantsi” sono tappetini vegetali, oltre a scope, cesti e via dicendo).

Fabrizio Loiacono Photographer

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Templi, piazze, monasteri, villaggi, paesaggi – Nepal 2018

In Nepal la spiritualità si respira in ogni angolo e ad ogni passo: non è fondamentale essere una persona credente per apprezzare ed ammirare la stupefacente bellezza dei numerosissimi edifici sacri che narrano, scolpita nella pietra, nel legno e nell’oro, la storia di una cultura antichissima, un Paese che ha il privilegio di possedere una immensa e variegata quantità di templi, di stupa, di palazzi e di tradizioni religiose secolari che affascinano per la loro originalità ed il loro splendore.
Chi fosse alla ricerca di una dimensione di pace e spiritualità può sicuramente trovarla, in particolare, nella valle di Kathmandu: ricolma di un gran numero di complessi religiosi in cui buddhismo ed hinduismo hanno creato un clima ed una dimensione di tolleranza e pacifica convivenza.
La città di Kathmandu è il risultato di un esaltante fusione di culture diverse e di stili di vita distinti, dove una lunga storia di fede e credenze, di arte ed architettura ha creato non solo e non soltanto una città (con tutte le sue contraddizioni), ma un museo vivente che fornisce l’opportunità di scoprire l’incomparabile bellezza del patrimonio architettonico costituito da centinaia di templi Hindu e luoghi sacri buddhisti.
Questa città, al tempo stesso affascinante, caotica, contraddittoria, inquinata, rumorosa, inebriante, sorprendente, estenuante, genera comunque un’esperienza strabiliante: ci si imbatte in un variegato e composito mix di immagini, di colori, di odori, di fumi, di sorrisi e di lacrime, di gioia e di disperazione.
Ma il Nepal è anche altro.
Il Nepal possiede inestimabili bellezze naturali, paesaggi puntellati di templi, villaggi, viste mozzafiato sulle montagne dell’Himalaya e le famose bandierine di preghiera tibetane (chiamate “Lung Ta”, cavallo al vento) che, agitate dal vento, sventolano diffondendo le benedizioni in esse contenute.
Queste bandierine sono costruite con una stoffa di cotone che si consuma naturalmente con il tempo: questo, secondo la tradizione, simboleggia il concetto che nulla è stabile e che la vita stessa si chiude e si riapre in un ciclo continuo. Le bandiere che si consumano ci rammentano che la vita non è eterna, che tutto cambia e che la nostra esistenza su questa Terra deve essere considerata come un dono che ci appartiene solo per un breve viaggio.
Il Nepal ha una varietà di paesaggi naturali e climi incredibile, oltre ad una ricchezza gastronomica derivata dalla commistione di tradizioni così diverse tra popoli ed etnie.
La sua gente, infine, possiede una gentilezza davvero disarmante per la nostra cultura occidentale: forse è proprio questa loro caratteristica così singolare ad avvolgermi e conquistarmi.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Scuole – Nepal 2018

In Nepal il sistema scolastico si divide in due cicli: quello di base e quello superiore. Il primo comprende la scuola elementare e quella secondaria, mentre la scuola materna è presente solamente in alcune regioni.
Nelle zone più remote i tassi di analfabetismo, in particolare delle bambine, sono ancora molto elevati e le stime sulla mortalità materno infantile risultano le più alte al mondo.
Ancora oggi molti, moltissimi minori sono costretti a migrare dalle zone rurali più povere verso le città principali: solo nelle città di Kathmandu, Pokhara, Dharan, Narayanghat, Butwal e Biratnagar vi sono oltre 5.000 bambini di strada.
I bambini che lavorano vengono spesso sfruttati anche sessualmente e la tratta di centinaia di bambine costrette a prostituirsi si ripete ogni anno.
Queste inqualificabili pratiche sociali e culturali hanno, come conseguenza diretta, la scarsa iscrizione e gli alti tassi di abbandono scolastico da parte soprattutto delle bambine.
Le famiglie, nelle aree rurali del Nepal, sopravvivono impiegando anche i loro figli (tra i 5 ed i 14 anni) nella coltivazione dei campi e nei lavori domestici, costringendoli di fatto a lasciare la scuola.
Altra realtà abbastanza diffusa sono le cosiddette “spose bambine”: circa il 25% delle adolescenti vengono sottratte alle famiglie d’origine e costrette a sposarsi.

Il triste e funesto permanere della divisione in caste (anche se ufficialmente abolite), presenta degli effetti negativi pesanti sulla struttura sociale profondamente gerarchica ed una elevata conflittualità tra le diverse etnie e le caste. Nelle zone più conservatrici una moltitudine di donne e bambini risultano privi del diritto alla proprietà della terra, sono quasi del tutto esclusi dal sistema scolastico e da ogni forma di istruzione pubblica, non risultano coperti dall’assistenza sanitaria, oltre a non possedere un’identità civile ed anagrafica.
Le famiglie più emarginate non sono in grado di poter mantenere i propri figli a scuola e la maggior parte degli studenti non riescono ad andare oltre il secondo grado di istruzione.
In Nepal esistono oltre 100 gruppi etnici, metà dei quali indigeni e per questo considerati emarginati, altri 22 vengono classificati come gravemente svantaggiati e costituiscono circa il 40% dei 29,3 milioni di abitanti del Paese, mentre un terzo di tutti gli abitanti vivono al di sotto della soglia di povertà con meno di un dollaro al giorno.
Oltre un milione di bambini lavorano come inservienti domestici, facchini, pulitori di tappeti, muratori e minatori. Circa 55.000 lavorano come domestici ed oltre 16.000 sono al servizio di discutibili centri per adulti, centri di massaggi e locali notturni.
Ma cerchiamo di trovare anche qualche spunto positivo.
Il Dalai Lama ha affermato “Se ad ogni bambino venisse insegnata la meditazione, riusciremmo ad eliminare la violenza nel mondo entro appena una generazione”.
Forse questa affermazione ha ispirato il governo nepalese ad inserire lo yoga come materia di studio obbligatoria nel programma scolastico.
Sta di fatto che il Ministro dell’istruzione Krishna Prasad Kapri ha ritenuto di introdurre lo studio dello yoga come parte delle materie obbligatorie, accanto alla lingua inglese e nepalese, al fine di promuovere uno stile di vita sano, un approccio olistico alla persona che prevedesse sia il movimento fisico sia la pratica della meditazione.
I benefici dello yoga su corpo e mente sono indiscutibili.
L’introduzione di questa nuova materia non si fermerà al solo yoga ma si estenderà anche all’Ayurveda o medicina naturale.
Questa è una grande e positiva novità: tale iniziativa da parte del Governo nepalese vuole offrire ai giovani strumenti più ampi e diversificati per mantenersi in salute e sviluppare, nel contempo, una maggiore consapevolezza.

Fabrizio Loiacono Photographer

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Ritratti – Nepal 2018

Non si può non restare affascinati di fronte a questo variegato e straordinario mosaico di Popoli e di Etnie che costituisce il Nepal, la cosiddetta dimora degli Dei.
E’ un’esperienza indimenticabile conoscere la loro seducente gentilezza, la loro pragmatica educazione, la loro suggestiva cortesia, la loro sorprendente affabilità, la loro attraente allegria, la loro encomiabile ospitalità.
I nepalesi amano la musica e la danza: creano sempre attorno a loro un’atmosfera di pacata serenità che non si finisce mai di ammirare con un pizzico d’invidia.
Il sorriso che, nonostante le precarie condizioni di vita e l’incertezza nel futuro, sboccia sempre sulle loro labbra stupisce per la spontaneità con cui ne fanno dono senza chiedere nulla in cambio.
L’incontro con la gente del Nepal suscita certamente un senso di stupore e di rispetto per la loro nobile ed eterogenea cultura, per l’ampia varietà delle arti meditative, per la cura mostrata nel custodire pratiche tradizionali e riti ancestrali restando ispirati ad una originale commistione tra hinduismo e buddhismo che convivono, nonostante le differenze, basando i loro rapporti sulla pacifica tolleranza.
Lo stile di vita dei nepalesi si fonda su alcuni concetti fondamentali: i doveri (e le gratificazioni) concernenti l’ambito familiare, il gruppo etnico e la casta di appartenenza.
Infrangere le tradizioni significa rischiare l’ostracismo della famiglia e della comunità.
L’incontro con una bambina sconosciuta che, incrociando il mio sguardo, congiunge le mani nel tradizionale saluto “Namastè” (Io mi inchino alla Divinità che risiede in te, tu sei il benvenuto), rappresenta per me qualcosa di felicemente traumatizzante e stimolante: è la conferma che il gene della tolleranza, dell’accoglienza e dell’educazione viene tramandato anche alle nuove generazioni.

Fabrizio Loiacono Photographer

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