Etnia Gurung – Nepal 2018

I Gurung sono stanziati principalmente nel centro del Nepal, da Gorkha sino a Manang ed alle pendici meridionali della catena montuosa dell’Annapurna, nei dintorni di Pokhara.
Originari del Tibet occidentale, si autodefiniscono “Tamu”, cioè abitanti degli altopiani, e si sono trasferiti in Nepal portando come bagaglio culturale e religioso il credo animista chiamato “Bon” (ci si riferisce in questo caso alla tradizione pre buddhista nel Tibet. Il sacerdote possedeva caratteristiche riconducibili allo sciamanesimo, infatti si occupava soprattutto di curare il destino dell’anima dopo la morte ed il benessere e la prosperità dei devoti attraverso appositi riti propiziatori. Esisteva una certa venerazione anche nei confronti del Re che, dopo la morte, veniva accompagnato nel mondo ultraterreno dagli spiriti degli animali sacrificati in suo onore (il cavallo, lo yak, e via dicendo). Intorno all’VIII ed al IX secolo, durante il dominio buddhista, una gran parte di queste tradizioni sono state soppresse. La religione Yungdrun Bon (ovvero Bon eterno), nata in concomitanza alla rinascita buddhista nel X e XI secolo, separata comunque da quest’ultima, è molto simile al buddhismo tibetano pur conservando una propria identità. Il termine “Bon” è un equivalente del tibetano “Chos” e del sanscrito “Dharma”: significa verità, realtà, conoscenza eterna. Chi segue il Bon, pertanto, è un seguace della Verità. Questa dottrina eterna e senza tempo (simboleggiata dalla Swastica che si muove in senso antiorario) è stata insegnata, secondo la tradizione, da un personaggio il cui mito risulta a fondamento della religione Yungdrung Bon: si racconta che lui visse ben 18.000 anni fa e prese il nome di Tonpa Shenrab ed è ritenuto dai seguaci il vero Buddha della nostra epoca.
Per quanto concerne in modo specifico la dottrina, i riti e le pratiche religiose non presentano grandi differenze tra lo Yungdrung Bon ed il Buddhismo Tibetano: esistono alcune differenze nei miti fondanti, nell’identità del Buddha e delle Divinità di meditazione. Per il resto sembra tutto quasi identico e questo ha comportato accuse di plagio da entrambi i “contendenti”. In ambedue i casi si effettuano meditazioni tantriche sulle Divinità ed esiste una istituzione monastica consolidata. Si potrebbe tranquillamente affermare che, se non differissero i nomi ed i mantra delle Divinità, si potrebbero considerare due tradizioni in pratica identiche).
I Gurung sono un fiero Popolo di origine mongolo tibetana che svolgono da sempre varie attività: pastori, coltivatori, guerrieri. Essi hanno una enorme fama come guerrieri d’elite: molti di loro hanno prestato servizio nei leggendari reggimenti Gurkha, il reparto scelto dell’esercito britannico (ha anche combattuto durante la seconda guerra mondiale in Europa). Ma, al di là delle vicende legate alla guerra, i Gurung si dedicano al pascolo delle capre e dei bovini, alla coltivazione ed alla raccolta di riso, miglio e mais.
Anche tra i Gurung vige il sistema delle caste che prevede, per la maggior parte dei suoi componenti, un posizionamento sociale medio alto ma, al loro interno, esistono individui considerati di livello inferiore. Quindi anche per questa etnia vi sono delle gerarchie molto rigide: se un membro di casta superiore effettua compere in un negozio gestito da un proprietario di casta inferiore tra loro non ci può essere alcun contatto, neppure attraverso gli oggetti. I prodotti e le banconote vengono lasciate sul bancone in modo da evitare qualsiasi possibile “contaminazione”. Tuttavia non è esclusa la possibilità di elevarsi ad una casta superiore. Non vi è il divieto per un individuo di casta bassa di sposarsi con un altro di casta elevata, è sufficiente che vi sia il consenso delle famiglie.
Le donne Gurung sono rinomate per indossare raffinati anelli al naso, chiamati “phuli”, e splendide collane di corallo.
Altra leggendaria pratica adottata dagli impavidi Gurung consiste nelle famose arrampicate sulle rocce a strapiombo per raccogliere il miele: due volte l’anno questa pratica millenaria ed affascinante (ma anche pericolosa e complicata) porta i Gurung a raccogliere il cosiddetto “miele pazzo”. Questo pregiato e raro miele rosso viene prodotto dall’apis laboriosa dell’Himalaya, l’ape più grande del mondo (un esemplare adulto può superare i cm. 3 di lunghezza), che costruisce alveari molto grandi ad alta quota (possono contenere sino a 60 kg. di miele). Il miele prodotto in queste particolari condizioni e da questa specie di ape ha delle proprietà psicoattive ma anche medicinali: se preso in piccole quantità è inebriante ed efficace nel trattamento di varie patologie (dall’ipertensione, al diabete, viene utilizzato anche come afrodisiaco) mentre, se assunto in alte dosi può risultare tossico e addirittura mortale. Il motivo alla base di questa sua caratteristica inebriante si basa sul nettare che le api utilizzano per realizzare il miele, proveniente da alcune specie di rododendri che contengono alte concentrazioni di graianotossine (una sostanza tossica per l’uomo se assunta in grandi quantità, ma di cui le api vanno letteralmente matte per l’effetto psicoattivo). Il costo eccessivo di questo miele così raro e particolare è generato dalle sue indubbie multiple qualità e, soprattutto, dalle condizioni di estrema pericolosità a cui si sottopongono questi uomini coraggiosi per raccoglierlo, considerando che gli alveari si trovano sempre su strapiombi sopra i 2.500 metri di altitudine. Utilizzando dei lunghi bastoni chiamati “Tangos” e delle scale di corda spesse, essi si inerpicano a piedi nudi per raccogliere questo pazzo miele, mettendo seriamente a rischio la loro stessa vita.
La raccolta infatti viene preceduta da una cerimonia propiziatoria in cui si prega e si offrono fiori, riso e frutta agli Dei e si sacrifica una pecora. Durante la delicata fase di raccolta gli uomini Gurung utilizzano il fumo per stordire e far allontanare le api dal nido, mentre con il lungo bastone Tangos raccolgono il miele deponendolo nelle ceste manovrate dagli altri componenti la squadra grazie ad un complesso sistema di carrucole.

Fabrizio Loiacono Photographer

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