Etnia Tharu – Nepal 2018

Si crede che i Tharu siano stati i primi abitanti della Regione del Terai e che discendano dai Rajput del Rajasthan o, addirittura, dalla dinastia reale dei Sakya, la famiglia del Buddha.
Per secoli questa etnia ha abitato la regione pianeggiante del Terai pacificamente, riunita in piccoli villaggi con stretti vincoli familiari. Senza leggi scritte, senza altra forma di scambio che il baratto e la consuetudine di lavorare i campi anche degli altri membri della comunità, senza cognizione alcuna dell’esistenza di un sistema statale composto di caste o di tasse da versare, senza normative scritte ma con usanze ataviche tramandate di generazione in generazione. Le terre che coltivavano erano sufficienti alla vita della comunità ed il rimanente terreno disponibile, nonostante fosse particolarmente fertile, era lasciato alla foresta. A consentire una vita relativamente serena e semplice ai Tharu è stato il fatto (sino al 1962) di essere geneticamente immuni alla malaria che infestava da sempre le terre da loro abitate e che, pur essendo molto ambite dal resto della popolazione nepalese, di fatto non potevano esservi creati altri insediamenti.
Ma nel 1962, debellata la malaria, il Terai divenne territorio di conquista e di un enorme movimento di immigrazione. Vennero abbattute grandi aree di foresta e, con l’occupazione del suolo (regolamentato da contratti scritti di dubbio valore e legalità), ai Tharu furono espropriate le terre in cui erano nati e vissuti da moltissime generazioni: furono di conseguenza costretti con la forza a coltivare in condizione di schiavitù gli stessi campi che, sino a poco tempo prima erano loro ma che non potevano dimostrare di possedere non avendo alcun documento che lo attestasse.
Nel volgere di pochi anni, quella che originariamente era una pianura ricoperta di foreste infestata dalla malaria, divenne una sterminata risaia ed i Tharu vennero degradati a “Kamaiya”, una atroce e spietata forma di schiavitù (in parte ancora presente in Nepal): il Kamaiya è un servo od un lavoratore coatto che, per un debito contratto ha dovuto sottomettersi ad uno o più padroni per riscattarlo, pur se di piccola entità. Dato che i debiti non possono essere estinti con la morte del contraente, la condizione di schiavitù passa di generazione in generazione, da un singolo individuo ad una famiglia, assoggettando alla fine un’intera etnia, quella dei Tharu, appunto. Tale nefasto sistema è nato a cavallo degli anni sessanta, in concomitanza con la scoperta medica rivoluzionaria che riuscì a combattere la diffusione della malaria.
“Sono divenuto un Kamaiya nel 1991 per aver contratto un debito di 14.000 rupie (140,00 euro): avevo necessità di questi soldi per curare mio padre gravemente ammalato: lui aveva già un debito pregresso di 6.000 rupie (60,00 euro) e, per acquistare le medicine che occorrevano per le sue cure, ho chiesto un prestito di altre 8.000 rupie (80,00 euro). Non so a quanto corrispondano gli interessi applicati dal padrone, so solamente che nel 2000, l’anno della liberazione dei Kamaiya, avrei dovuto restituire ancora, dopo 9 anni di lavoro, un debito di 14.000 rupie.”
(Nathu Ram Kathariya, ex Kamaiya)
Nel 2000, appunto, il Governo nepalese, dietro le forti pressioni di ActionAid Nepal, ha emanato una legge (Bonded Labour Prohibition Act) che aboliva questa ignobile forma di schiavitù e che designava la struttura governativa come responsabile e garante della gestione degli alloggi, dell’impiego e delle attività volte a generare reddito a favore degli ex schiavi, oltre a garantire la punibilità di coloro che utilizzassero ancora i Kamaiya come schiavi per debito. Ma ben presto, l’eco sensazionale della notizia si è trasformato in un’ulteriore condanna ad una vita di povertà, di stenti e di sacrifici per questo Popolo. Migliaia di famiglie furono cacciate dalle loro terre e di fatto costrette a vivere nella foresta, in accampamenti di fortuna o, addirittura, sul ciglio delle polverose strade. A seguito delle proteste generate da questa ulteriore condizione di disagio e di discriminazione, il Governo promise agli ex Kamaiya la distribuzione gratuita di piccoli lotti di terra da coltivare (circa 400 metri quadrati di terra, con l’aggiunta del legname da costruzione per realizzare una casa degna di questo nome): ma, ironia della sorte, la maggior parte dei Kamaiya liberati non risulta mai registrata all’anagrafe e questa circostanza, oltre al diffuso analfabetismo, ha reso di fatto impossibile rivendicare i diritti sanciti dalla legge.
Le case tipiche di questa etnia sono da sempre capanne costruite con pareti a graticcio (consiste in una struttura costruttiva composta da una intelaiatura di travi lignee intrecciate, con pannelli di riempimento in muratura leggera, prevalentemente creati con un impasto di paglia ed argilla) ed il tetto in paglia, anche se, negli ultimi anni, le abitazioni vengono costruite in mattoni e cemento, composte di due stanze, con quattro finestre ed una porta di ingresso in legno.
Le esigue e direi ridicole dimensioni dei terreni concessi dal Governo ad una parte di questo Popolo non consente ad una famiglia di coprire il fabbisogno alimentare se non per appena tre mesi l’anno.
La conseguenza è che gli uomini sono costretti ad emigrare, soprattutto in India, per cercare un lavoro. Pertanto le donne, i bambini e gli anziani sono gli unici abitanti dei villaggi per gran parte dell’anno.
Questa situazione ha, tra le altre cose, generato una impennata dei casi legati ad una incresciosa vicenda che si ripete da generazioni e generazioni: la condizione delle “Kamlari”, le figlie Tharu che appartengono per nascita non alla famiglia di origine bensì ad un’altra famiglia che le ha “prenotate” ancor prima che nascano. Esse saranno costrette ad allontanarsi dai veri genitori e dai fratelli in un’età compresa tra i 6 ed i 9 anni, recandosi a casa di sconosciuti per provvedere ad ogni genere di servizio, dalle pulizie al cibo senza escludere anche il sesso. Il sistema delle Kamlari nepalesi è stato introdotto a garanzia del pagamento di interessi usurai, certamente una delle garanzie più crudeli.
Anche se i genitori veri non vorrebbero mai cedere le loro figlie, neanche a garanzia di debiti contratti, quando hanno già due o più bambini (in particolare se sono femmine), devono scontrarsi con la triste realtà: non possiedono lo spazio necessario a farle crescere ed il cibo per nutrirle. Il patto di ipoteca della nascitura stipulato con la famiglia ricca non può essere cambiato né è prevista la possibilità di riscatto dopo un certo numero di anni. La bambina, prima di trasferirsi nella nuova casa sa benissimo che perderà tutto ciò che di più prezioso possedeva: l’amore della sua famiglia d’origine.
Nelle remote aree montuose dell’interno del Nepal il fenomeno è molto diffuso e per una ragazza schiava risulta pressochè impossibile denunciare le angherie ed i soprusi subiti o fuggire in una città lontana senza alcun aiuto esterno.
Per secoli non si è sollevato il muro di oblio su questo odioso fenomeno, probabilmente perché sono sempre state le caste più influenti (anche a livello politico, oltre che economico) a mettere in campo questo ripugnante sfruttamento.
Le donne Tharu sono considerate le principesse della foresta: indossano una gonna coloratissima raccolta tra le gambe e fissata alla cintura, il corpetto, un patchwork di stoffa e specchietti stringato sul dorso, un velo colorato a coprire i lunghi, neri, lucidi capelli, il viso abbronzato, gli occhi grandi, scuri, profondi e vivaci, orecchini d’argento sui lobi delle orecchie e un orecchino d’oro posto sulla narice sinistra.
Esse sono famose, tra l’altro, per la realizzazione di pitture rupestri.
Le donne Tharu si tatuano braccia e gambe: vi sono tre diverse leggende che vorrebbero spiegare questa loro tradizionale usanza. La prima afferma che un giorno i membri della famiglia reale vennero in vacanza nel Parco Nazionale di Chitwan e, alla vista della notevole bellezza delle giovani donne Tharu, decisero di portare le più belle nel palazzo reale per renderle schiave sessuali. Da quel momento, per evitare il ripetersi di questa pratica da parte della potente famiglia reale, le donne iniziarono a tatuarsi in modo rituale le braccia e le gambe al fine di sfigurare i loro corpi ed essere così scartate da questa tratta.
Per la seconda leggenda questi tatuaggi adornano il corpo di una donna Tharu per permetterle di recarsi più facilmente in paradiso.
Secondo la terza leggenda, il tatuaggio poteva considerarsi una sorta di rito di iniziazione per le ragazze.
Chi non avesse praticato i tatuaggi rituali non sarebbe stata considerata un membro effettivo della comunità, gli altri componenti non avrebbero comunicato con questa ragazza che non si fosse sottoposta al rito, le sarebbe stato vietato di sposarsi e tutto ciò che la ragazza in questione avesse toccato, doveva essere distrutto. Di fatto, per socializzare, le ragazze dovevano coprire parte del loro corpo di tatuaggi.
La società Tharu è organizzata per clan (Dangoura, Kathariya e Rana) ed ognuno di essi presenta caratteristiche culturali proprie. Questo Popolo pratica una religione animista con diversi elementi derivati dal culto degli antenati, oltre che influenze Hindu e Buddhiste, contemplando al contempo il culto degli spiriti della foresta e delle Divinità ancestrali.

Fabrizio Loiacono Photographer

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